Il “pilota” del documentario West Afrika Trek

12 08 2011

In concorso al festival Idea Fortat Tv http://www.if-tv.tv/ S. Benedetto del Tronto 22-27 Agosto 2011





Quando il viaggio diventa puro

6 06 2010

Non ci sono più strade difficili, frontiere, lingie, visti.
Non contano più i kilometri, dove si dorme, cosa si mangia.
Non importa più il caldo o il freddo, quanto siamo sporchi o quanta fame abbiamo.
Non c’è più nulla.
Il viaggio elimina tutto il superfluo fino alla sopravvivenza.
Vaghiamo come nomadi, di città in città, di benzinaio in benzinaio, senza sosta, senza bisogno d’altro se non di vedere il prossimo posto. Aumentano i kilometri da mattina a sera, nessuno vuole più fermarsi.
Come in una dimensione parallela, tre mesi di viaggio continuo, cambiano la realtà. Nulla ci spaventa, ci preoccupa, ci impensierisce. Nulla ci fa più schifo.
Si diventa randagi, di passaggio, sporchi, senza tempo. Qui non c’è passato, non c’è futuro: solo un denso presente.
Siamo arrivati a quello stadio in cui i problemi non sono quelli di prima. Semplicemente non ci sono più, in questo mondo non contano.
Più poco vale il contorno, fatto di come, dove, quando. Sono solo condizioni, non essenza.
Il viaggio si fa puro spirito, fatto solo di altro spirito: quello dei posti, delle storie, della gente.

Si vola.





Trailer del documentario di viaggio

31 05 2010

Pietro su facebook





Angola, si vola

31 05 2010

E di botto si ricomincia a volare. L’Angola ci regala mare e paesaggi meravigliosi, dal francese passiamo al portoghese, di colpo l’atmosfera torna calda mentre si abbassa la temperatura. Gli angolani sono accoglienti, gentili e sorridenti. Le donne belle, la lingua solare e sinuosa.
In ventiquattro ore torniamo a godere del viaggio, a planare dolcemente, a riprendere lo stato di volo.
Atterriamo a Luanda, in mezzo ai grattacieli, luci, cantieri ovunque, sembra di stare a Dubai. Avevo letto dell’incredibile sviluppo dell’Angola ma non avrei mai immaginato tanta speculazione. La fine della guerra civile nel 2002 ed il petrolio da sempre abbondante, hanno attirato investimenti da tutto il mondo ed i portoghesi sono ritornati nel paese insieme ai cinesi e brasiliani.
Ma mentre Luanda sembra Singapore, il resto del paese non e’ interamente collegato da strade asfaltate. In capitale si viaggia in Maserati, fuori si va a piedi. E’ chiaro che i soldi fanno fatica a spostarsi dalle centinaia di banche del centro.
Seguendo le indicazioni di un amico motociclista ci ritroviamo a dormire al Club Nautico di Luanda. Piazziamo la tenda direttamente sul pontile accanto alla barche. Di fronte a noi si stende una baia enorme che riflette le luci dei modernissimi palazzi.
E’ notte, con i piedi a mollo guardo il posto più ricco d’Africa, in uno dei paesi meno sviluppati. Luanda e’ il simbolo della contraddizioni del continente: ricchissimo di risorse, in uno stato povero, carissimo e misero. La benzina costa 0,25 € al litro, una stanza d’albergo media 150 $, un pacchetto di sigarette 50 centesimi. I prezzi qui non hanno senso, i megalberghi sono mezzi vuoti, un’economia pompata dal petrolio e dalle speculazioni immobiliari sta rendendo il paese difficile per i suoi stessi abitanti: affittare una casa in capitale costa 14 mila € al mese. Sembra che alcune ONG internazionali stiano scappando dal paese proprio per questo motivo. Solo chi lavora nella filiera del petrolio può permettersi questi costi esagerati. Ne incontro tanti, sembra non vi sia altra risorsa in Angola, sembra che tutti quelli a bordo di grossi fuoristrada siano legati all’oro nero. E i macchinoni qui sono centinaia. Tutti gi altri vanno in bicicletta.
Questa frettolosa ed iniqua rinascita economica e’ stata celebrata con la Coppa d’Africa ospitata quest’anno proprio in Angola. Ma la festa e’ stata rovinata dall’attentato alla nazionale togolese a Cabinda. La pace raggiunta nel 2002 con i ribelli UNITA alla morte del loro leader, non ha riguardato questa enclave separata dal resto del paese per permettere al Congo RD di avere un accesso al mare. E così che da sempre questa regione vive una storia a parte, rivendica più autonomia ed il controllo degli enormi giacimenti di petrolio scoperti negli anni 80.
Il petrolio ancora petrolio, porta soldi e casini, calcio e morte.

Sorrido guardando il benzinaio che mi fa il pieno…..siamo a secco e non possiamo che riempire il serbatoio di questo liquido demoniaco. Il visto di transito dura appena cinque giorni e bisogna ripartire.
Lobito, Benguela, Lubanga, la costa a sud di Luanda e’ un documentario paesaggistico dal vivo. Corriamo ai cento all’ora verso la Namibia in un saliscendi infinito, ad ogni curva un panorama, ad ogni nuovo kilometro un quadro bellissimo colorato dal tramonto.
Dopo tanti posti difficili e’ impossibile descrivere lo stato di leggerezza e di gioia.
Suona la radio, l’anima si spande, i pensieri si mischiano alle emozioni e si torna a volare. Spero un giorno di poterlo fare senza benzina.





La valigia dei sogni

30 05 2010

Il gusto del viaggio ha tante forme e svariate origini. Può essere desiderio di liberta’ o pura collezione di visti esotici. A volte si fa fuga a volte diventa ricerca.
Io, mi accorgo ora, sono stato educato al viaggio fin da piccolo, come qualcosa di affascinante e misterioso, avventuroso ed estremamente serio. Ho vissuto i viaggi di lavoro di mio padre come una doppia festa: l’assenza di uno dei genitori dava in casa un senso di allegra anarchia mentre l’arrivo di una valigia carica di racconti mi faceva sgranare gli occhi e vibrare le orecchie.
Cina, Sudafrica, Brasile, Stati Uniti…Ogni volta una festa annunciata, un carico di profumi, di incontri, di lingue strane e di luoghi remoti. Come una specie di rito, aprivo quella valigia tanto attesa, eccitato come solo un bambino puo’ esserlo. Ogni oggetto mi veniva spiegato, ogni pezzo aveva una sua storia, un racconto, una qualche avventura seppur piccola che a me spalancava frontiere lontane dall’orizzonte quotidiano della mia strada.
Partenza dopo partenza l’aeroporto diveniva per me la porta d’accesso a quel mondo, un luogo sacro, accessibile solo in parte. Ricordo come fosse ieri quando finalmente anche io ho avuto il privilegio di oltrepassare la dogana ed entrare in quello che oramai per me era un santuario, porta di nuovi mondi oltre il mio.
Finalmente avevo il mio passaporto, anche io potevo partire ma la lezione sul viaggio non era finita: arrivo dopo arrivo, venivo sfidado da mio padre in una gara di cultura generale sul paese visitato. La sconfitta era inesorabile, difficile competere, ma aveva un significato: non bastano le carte d’imbarco, bisogna comprendere l’essenza del paese, studiarne la storia, viverne la cultura, parlare con la gente.
E così che mi ritrovo qui, un po’ più vecchio, a scrivere d’Africa e a preferire viaggi faticosi, anziche’ prenotare a Benidorm. Senza accorgermene ho assorbito quello stesso stile di viaggio, un gusto curioso dal fascino irresistibile che e’ partito da quella valigia carica di storie e da quella sfida che pian piano ho iniziato a vincere.
Passero’ il testimone sapendo bene che il fine ultimo non e’ vincere una gara ma, per quanto possibile, capire il mondo oltre l’orizzonte dei nostri confini.





Matadi, cuore di tenebra

29 05 2010

Siamo in ballo da due mesi e mezzo, ventimila kilometri, quattordici paesi. Si potrebbe pensare che la difficolta’ principale di un viaggio cosi’ lungo riguardi la fatica, lo stress di essere costantente in giro, il peso dei kilometri. Ma il problema vero non e’ tanto l’andare ma il fermarsi.
Arriviamo a Matadi con la speranza di poter fare i visti angolani in un giorno solo, magari due. Ma la procedura e’ lunga, costosa ed in mezzo c’è una festa nazionale. Non possiamo fare nulla se non aspettare.
Senza saperlo iniziamo a scendere, piano piano, inesorabilmente.
I giorni si ripetono tutti uguali, un loop continuo che semba non avere fine. Passiamo al consolato, mangiamo omelette al mercato, rispondiamo alle mail, vaghiamo per il centro. In città non c’è nulla, solo il fiume Congo, immenso, lento come tutto. Rallentiamo il viaggio, i pensieri, le parole. Lentamente si scende in basso, senza kilometri rimaniamo persi, non più capaci di fare altro. Prigionieri senza passaporto, iniziamo a cadere in uno stato di vuoto.
Il consolato ritarda, forse i visti saranno pronti per domani, poi domani, poi domani…. Cerhiamo di resistere: andiamo allo stadio, a vedere la partita scortati dalla polizia. Uno a uno, l’arbistro fischia la fine, usciamo. Del calcio congolese non ci frega nulla, la mente rimane prigioniera: consolato, omelette, Internet, Congo.
I visti non sono pronti. Forse domani…
La mente cede ed inizia ad immaginare percorsi di fuga, progettare rimpatri. Di colpo il peso di tutti i kilometri viene a galla insieme alle incomprensioni tra di noi. Sfioriamo la rissa.
Non si vede via d’uscita, siamo al limite. Inizio a scrivere una lonely planet per i prigionieri di matadi, cosa fare, cosa vedere, dove andare per non impazzire.
Sogno di essere tornato a casa, apro gli occhi e sono ancora qua, il ventilatore frulla sopra la zanzariera, ancora matadi, consolato, omelette, Internet, centro, birra. Quant’e che sono qui, sei mesi?
Non so che giorno e’, non so piu’ dove, forse devo restare qui per sempre, magari e’ destino, mi tocchera’ aprire una pizzeria a Matadi….
In equilibrio precario sopra la follia, aspettiamo le quattro del pomeriggio, il caldo umido ci soffoca qualsiasi speranza, forse i visti saranno pronti, forse….Non ci parliamo più, ogniuno vaga per la città, come se vivesse qui da sempre, la gente ci riconosce per la strada, gli zombi Italiani.
Ore 16.30, faccio fatica a riconoscere la luce in fondo al tunnel, osservo il mio visto come un francobollo raro tanto atteso da un fanatico collezionista. Usciamo dal consolato come se uscissimo di prigione, abbiamo scontato qualche pena, abbiamo resistito in qualche modo, forse dovevamo toccare il fondo, per fortuna non ci siamo uccisi a vicenda.
Sorrido ripensandoci.
Ora l’oceano si apre intorno a me. E’ stato il momento più allucinante del viaggio. Io avevo già deciso di continuare solo, forse di tornare ma e’ bastato passare la frontiera, lasciare la foresta, l’umidita, e quel fiume ipnotico per vedere oltre. Diretti, senza soste, siamo scappati verso ovest, le valli aperte che scendono dolci e serene fino al mare dell’Angola. E’ buio, il mare e’ una visione paradisiaca di libertà e di salvezza. Spiaiaggiamo come naufraghi, ce l’abbiamo fatta.
L’aria e’ fresca, carica di odore del mare, il cielo immenso, l’orizzonte aperto, torniamo a controllare la mente. Stiamo li, a goderci l’atmosfera, a pensare, aria fresca a sciaquarci la mente.
Solo ora capisco quanto siamo andati in fondo, in basso, vicini al confine.
Ora che sento il freddo della notte, ora che l’aria e’ libera capisco perché il viaggio mi sperso in mezzo al Congo, all’Africa, a me stesso.
Ricordero’ per sempre Matadi, ma senza più odiarla: la mia parte scura della luna, il posto meno noto di noi stessi.





Risorse del viaggio

19 05 2010

E’ online una nuova puntata del podcast da Congo, ma stavolta l’oggetto della discussione sono le tecnolgie del viaggio: in particolare, la recensione sull’uso di iphone in viaggio: Sudafricast 10 – in viaggio con l\’iphone

Per tutti quelli che ancora non le hanno ancora viste, andate a vedere tutte le foto del viaggio su Picasa





Di Congo in Congo

18 05 2010

Brazavillle si affaccia proprio di fronte a Kinshasa, da un parte la Repubblica del Congo, dall’altra la Repubblica Democratica del Congo, in mezzo il fiume….Congo. Potrebbe sembrare tutto uguale ed invece l’acqua separa due universi ben distinti.
Me ne accorgo subito appena arrivato in dogana. Di colpo entro in una dimensione parallela, scendo in un girone infernale in cui Caronte ha la faccia un po’ più scura, la barca non e’ a remi ma più o meno e’ come in quella storia la’ della “selva oscura…”
Siccome i portatori di handicap pagano meno il traghetto, si genera una particolare economia di sfruttamento delle disgrazie altrui. Le carrozzine sono elaborate fino a diventare grossi carri che vengono caricati all’inverosimile. Il “portatore di sconto”, magari zoppo o menomato, e’ solo il mezzo per pagare di meno il trasporto delle merci tra le due sponde del fiume.
La scena e’ dura come cazzotto in pancia. E’ una massa brulicante in cui mancano braccia e gambe. Chi striscia per terra, chi arranca nella polvere sperando di guadagnare qualcosa da una traversata in traghetto seduto su montagne di scatoloni. All’arrivo del ferry si scatena l’inferno: centinaia di persone sbarcano ogniuno con un carico sulla testa. Corrono scappando tra le carrozzine che arrancano sotto il peso di enormi pacchi. Non c’è più direzione, non c’è più pietà, e’ una battaglia delirante in cui poliziotti e guardie menano botte da orbi. La folla si allarga ai solchi delle frustate, si fugge, forse un ladro… Viene trascinato lontano a calci, portato via per i capelli, chissà dove, chissà perché, chissà come finirà…
E’ normale, ogni giorno e’ così mi dicono, ” e’ il Congo, e’ l’Africa….”
Tutti urlano, spingono e sudano in mezzo a questa quotidiana situazione di caos in cui mi devo infilare io,
con un fuoristrada enorme. Non vedo chi ho sotto le ruote mentre un agente sbrigativo mi fa segno di non badare troppo agli altri e di farmi strada a forza. E’ come parcheggiare un carroarmato sul prato di uno stadio durante un concerto di Vasco. Sudo freddo cantando albachiara…
A bordo non c’è un centimetro libero, si passa strisciando gli uni sugli altri. Per mantenere lo spazio vitale si deve combattere e magari prendersi una bastonata. Tutto normale. Lo si legge chiaro sulla faccia delle signore anziane che siedono di fronte a me: spiando i miei occhi e ridono del mio stupore. “e’ il Congo..” mi dicono.
Vorrei scendere ma non ho lo spazio per aprire la portiera, esco dal finestrino ma lo stesso non riesco a vedere il fiume. Il termometro supera i 40, umido, ma nessuno sta fermo, chi vende chi compra, chi mena qualcun’altro.
E’ oramai buio quando arriviamo, Matteo parte per la battaglia di dogana e immigrazione, io faccio l’ufficio sanità. Si presentano pronti con l’attrezzo che da noi serve per dare il verderame sulle vigne: vorrebbero disinfettarmi i fuoristrada! Gia’, come se arrivassimo da un paese piu sporco del loro….Nessuno dice nulla. Contro questi nemmeno combattiamo. Saliamo in macchina e ce ne andiamo senza il ramato.
Entriamo in città ma non abbiamo alcuna indicazione. Le strade sono buie. Sembra che abbiano bombardato da poco, l’asfalto e’ una striscia precaria tra una buca e l’altra. Ho l’impressione di essere sbarcato in un paese senza autorità, stato, ordine alcuno. Scoprirò in fretta che non mi sono sbagliato di molto.

Troviamo una sistemazione, scende il livello di guardia, la mente si difende nascondendo le immagini registrate dal cervello. Al fresco di un fortunato giardino, di un riparato fortino, penso.
In viaggio ci sono momenti in cui la sopravvivenza prende il sopravvento e diventa battaglia. Sai che comunque vada dovrai passare oltre; il filtro delle esperienze passate fa la media con le immagini recenti e soppesa in un attimo se il pericolo e’ oltre il livello di guardia. Non si può fare altro. Non ci si può fermare, non si ha il tempo di provare pietà.
Ma appena scende l’emergenza, ti rendi conto che esiste un’umanita che conosce una vita fatta solo di giornate così: in emergenza appunto. Ogni giorno e’ una lotta per mantenere la sopravvivenza, una guerra in cui non c’è solidarietà tra commilitoni, si nuota a dorso per non affogare sperando ogni tanto di trovare una boa.
Capisco solo ora il cinismo degli occidentali che qui ci vivono. Oltre la frontiera delle loro case di filo spinato e guardie alla porta, c’è qualche milione di domande senza risposta. La mente si rifugia negli stereotipi per non impazzire, per lasciare la coscenza libera dai sensi di colpa per una vita troppo fortunata, ai più irraggiungibile.

Ps: non ho foto di questa giornata se non queste prima del traghetto: grigliata in dogana…





Giornata tipo

15 05 2010

L’idea di un viaggio overland per i mondiali sudafricani non e’ solo nostra. Il tempo stringe e penso troveremo tutti gli altri viaggiatori a Matadi sul confine Congo-Angola. Intanto Iniziamo a raccogliere il primo compagni d’avventura: Jhon, motociclista di Birmingham. Condividiamo con lui il lungo tratto di pista che porta da Franceville (Gabon) fino al confine con il Congo Brazaville. La strada offre un panorama spettacolare, una successione infinita di verdi vallate. Siamo fortunati e non piove da tempo per cui la pista e’ praticabile. Non abbiamo grossi problemi a parte il caldo umido e le forature della moto di Jhon. Incrociamo le riprese di un film di produzione Franco gabonese che gira in un canyon a pochi kilometri dal confine. Racconto al truccoeparrucco per la millesima volta cosa ci facciamo qui, dove stiamo andando, perché.
Già perché?…una lunga storia ma inserisco il pilota automatico e racconto a tutti la copertina del deplian di viaggio.
Alla fine gli incontri che rimangono sono quelli con cui si condivide un pezzo di strada, un po’ come nella vita. Avere per poco un obiettivo comune, rende subito solidali, come se in una gara l’obiettivo non fosse arrivare primi ma arrivare tutti.
E così evito di raccontare a Jhon cosa e’ successo giusto un giorno prima, ripariamo tre volte le sue ruote sotto un sole umido incandescente. Alla quarta deve abbandonare il mezzo: lo ricovera dal capo di un piccolo villaggio quando già abbiamo passato la frontiera congolese.
Ormai la tabella giornaliera oltre a quella di tutto il viaggio, e’ andata a p…ne. Arriviamo che oramai e’ buio, cerco un tale Michel che non conosco ma qualcuno mi ha detto che potrebbe darci da dormire. In realtà scopro che non e’ un hotel quello in cui siamo finiti ma la base di una società tedesca che controlla e dirige i lavori dei cinesi. Fanno una lunga strada e Michel e’ il capo. Oramai distrutti potremmo dormire ovunque ed invece alla fine ci ritroviamo ospiti a casa sua: aria condizionata in mezzo alla foresta. Do lezioni a Roger, il suo cuoco, e preparo il piatto nazionale. Non ricordo nemmeno più dove ho dormito la scorsa notte, quanti casini abbiamo passato oggi. So solo che ci ritroviamo a mangiare pasta e a bere vino conversando d’Africa con un ingegnere francese di marrakesh in un luogo sperduto del Congo di cui ignoro il nome.
Tutti i giorni sono così: senza passato, nemmeno quello prossimo, c’è solo presente ed un po’ di futuro segnato sulla cartina.
Rimaniamo a discutere del mondo francofono africano, del nuovo re marocchino e soprattutto dei cinesi in Africa. Trovo mille conferme a quello che già sapevo ma Michel smentisce i sondaggi che ho letto su Jeunes Afrique di qualche settimana fa. I congolesi non amano i cinesi ed anzi li reputano dei nuovi schiavisti. Ma questo e’ un altro discorso.
Il vino fa il suo effetto, non ricordo la giornata ma la sento. Svengo.
Mi rimane l’impressione che alla fine conti solo lo spirito: non ci sono mappe, non ci sono gps, non servono grandi cose. Arrivare aperti e generosi con il prossimo in viaggio apre porte sconosciute, non consequenziali, inaspettate.
Non amo fare il mistico ma parlare di casualità in un viaggio simile e’ come andare al cinema con gli occhiali da sole al posto dei 3D. Il film lo hai visto, puoi dire anche la tua ma, fratello, non hai proprio capito…..





Son qui

13 05 2010





Compagni di viaggio

12 05 2010

Siamo fermi in mezzo alla foresta del Parco Nazionale di Lope, in Gabon. Abbiamo spaccato uno dei perni delle balestre ed ora aspettiamo un meccanico di una locale impresa che ci aiuti a sostituire i pezzi rotti. Abbiamo 48 ore per percorrere tutta la pista che va a Franceville per entrare in Congo. Oggi e’ il 10, I visti scadono il 12 e ci sono più di 700 km di sterrato fino al confine.
Siamo visibilmente in ritardo con la tabella di marcia, ma qualcuno di noi ancora fa fatica ad ammetterlo. Il problema principale di una spedizione come questa e’ la gestione dei partecipanti, dei loro umori, del loro stato mentale.


La fatica fisica e’ relativa, come la fame e la sete. Tutto il successo di un viaggio sta dentro di noi: ogniuno ha la propria soglia di sopportazione e di resistenza mentale alle difficoltà. il viaggio diventa lungo e pesante, i luoghi si fanno man mano più inospitali, remoti, lontani dai riferimenti mentali che ci danno inconscia sicurezza. Man mano, chi non e’ abituato cede, chi di solito si muove in indipendenza perde lo stato di volo e si chiude sopraffatto dai problemi.
Il viaggio porta in se un senso di verità: scopre le persone, le pone nude di fronte a se stesse, ai propri limiti e alle proprie piccolezza. Non c’è nulla da fare, inesorabilmente, la linea di confine dello spessore di ogniuno si avvicina, mentre quella di arrivo si allontana.
Inseguire trafelati il traguardo vuol dire shiantarsi. Prima di riparare i mezzi di trasporto bisogna guardare un po’ nel bagaglio profondo del proprio essere: fermarsi, studiare la cartina da lontano e ricordarsi che in fondo la destinazione finale sta oltre il proprio arrivo.





… a riveder le stelle

9 05 2010

E finalmente torna l’oceano. Lasciato a Dakar, si stende fresco davanti a me. Spiaggiamo dalla foresta del nord del Gabon senza più forze, sporchi e puzzolenti.
E’ sabato. Libreville e’ al mare a giocare, ballare, far festa. Come giunti da un lungo esilio, non più abituati alla civiltà, abili solo a far chilometri e parlare di piste remote, solchiamo una festa di spiaggia. Le donne ballano e sorridono al passaggio dei “profughi”. Il nostro viaggio e’ di uomini in mezzo ad altri uomini, poliziotti e benzinai, militari e doganieri, meccanici e gommisti. Ma nel mondo meno male ci sono anche le “femmine” oltre agli uomini in divisa. Noi nelle orecchie abbiamo solo motore, nel naso solo benzina, negli occhi solo piste.
Capisco ora quanto siamo andati dentro, in fondo, lontano.
Prendo un’altra birra mentre un’indemoniata ballerina sorride suonando tutte le note del pentagramma in mille movimenti sinuosi.
Sorrido. Distrutto dai kilometri e dalla tragedia di viaggio vissuta in questi giorni, posso solo sorridere incantato…. il tramonto dorato, il vento fresco tra le palme della spiaggia, sembra un delitto lasciare questo posto. Ma domani inizia la traversata fino in Gongo. Foreste fitte e piste sabbiose, villaggi di fango e stellate notturne. Avanti i carri.

Ps: una versione “Post da bar” verra presto pubblicata: i contenuti del finale potrebbero differire dall’originale senza per questo togliere veridicità all’episodio in oggetto.





Fai buon viaggio…

8 05 2010

Il viaggio e’ vita ma e’ anche morte. La incontro in Gabon dopo tanti kilometri di foresta, una strada magnifica, di lussureggianti sfumature di verde, imponenti chiome d’alberi, enormi fiumi marroni gonfi dell’acqua delle piogge.
Grandi camion carichi di immensi tronchi d’alberi discendono fino a N’djole dove il legno viene trasbordato sulle navi che lo porteranno a destinazione. Sono tanti e vanno come pazzi.
Appena arrivati in città ci raccontano dell’incidente. Corriamo in ospedale, poi la gendarmeria: un motociclista tedesco e’ scivolato con la moto sotto le ruote di un TIR, l’impatto e’ stato fatale. I due amici sono distrutti. Sono partiti da Londra a dicembre, destinazione Sudafrica, come noi…..Ci fermiamo nel loro hotel, oggi non sanno nemmeno piu chi sono ma domani potremmo essergli utili.
Stiamo zitti. Non c’è nulla da dire.
La morte interrompe di colpo qualsiasi ragionamento, discorso, problema di ogniuno di noi. Finiti i problemi di soldi, itinerario, tempo. Annulliamo qualsiasi progetto imminente, qualsiasi sklero. Tutto diventa piccolo ed insignicante. Ignobile di fronte all’immagine di tre moto qui sotto che occupano una sola doppia in hotel.
Lo sappiamo anche se nessuno lo dice. Bisogna metterlo in conto senza ipocrisie. Viaggiare qui e’ pericoloso. Mantenere l’allerta costante e’ impossibile, sappiamo di correre dei rischi e sappiamo che il totale della fattura potrebbe avere un espressione non solo economica.
Lo sapevamo già, ma oggi il viaggio stesso ce lo ricorda duramente.
Portiamo i bagagli della moto a Libreville, cerchiamo i contatti delle ambasciate, restiamo una notte ancora vicino ai due amici come se sapessimo con precisione che in Gabon siamo venuti a dare una mano a chi sta vivendo una tragedia di viaggio.
La mente vola a chi e’ partito all’improvviso senza salutare, mentre tengo dentro le curve, schivo le buche, suona la radio di ritmo in levare. Passo il grande fiume, le lacrime si fermano nell’immensita della portata, nella potenza della natura africana.
Penso a quante ragioni ho questa volta di tornare a casa tutto intero, freno e un bambino solo alza una mano e sorride.
Ogniuno ha il suo viaggio, io seguo il mio.





Visto giornaliero oltrefrontiera

4 05 2010

Certo non siamo idealisti, i soldi servono eccome. Ma averli non sempre vuol dire possederli.
Sono a Yaounde’ in Cameroun, il circuito maestro del mio bancomat non funziona, della VISA non ho il codice (errore madornale). Non mangio dall’alba. Ho qualche euro che spendo in connessione, glia amici mi aiutano dall’Italia a trovare soluzione. Mi autoinvio del contante con Western Union e confermo la transazione via Skype quando mancano pochi secondi al termine del credito. Corro di sotto ma l’ufficio ha appena chiuso, invoco pietà, mi aprono.
Compilo il modulo davanti ad una matrona africana: “passaporto?” mi chiede. Bestemmio in turco per aver lasciato il documento all’ambasciata congolese per fare il visto. La carta d’identita vale come la tessera della metro, niente. Ho ancora la patente internazionale ma manca la data di scadenza, chissà perché non e’ indicata chiaramente. Niente da fare.
Non ho la forza di incazzarmi. Chiedo una mezz’ora per cercare una scansione del passaporto nella mia mail. Non c’è.
Torno senza più la forza di insistere con questa poveretta che ha i suoi spazi bianchi obbligatori da riempire nei suoi cazzo di moduli. La domanda la fa lei: “e adesso cosa facciamo?”
Immagina che passero’ la notte sulla porta del suo ufficio, la sua espressione comunica pena per questo bianco barbuto, digiuno e ciondolante.
La tolgo dall’imbarazzo: “facciamo che torno domani,ok?” dormi serena, ho ancora una scatola di sardine.
E così mi ritrovo a immaginare la stessa scena al contrario. Siamo in Italia, sono nero e straniero, senza soldi per un disguido, per mia colpa, per errore. Vago per una città che non conosco, chiedo aiuto alla gente, sopporto gli sguardi di sufficenza, non ho la forza di incazzarmi, non e’ solo colpa loro se il mondo non ha pietà…
Ma io sono bianco ed il “contrappasso” non regge. So bene di non poter finire in quello stato di disperazione infinita di chi davvero e’ perso e combatte per la sopravvivenza nelle nostre città.
Non posso avere la pretesa di comprendere quale forza d’animo sia necessaria per andare avanti, quale profonda lacerante umiliazione si debba sopportare quotidianamente.
Ma passare dall’altra parte dischiude realtà mentali ignote, toccare con mano una piccola porzione di pena apre un mondo intero dietro una mano tesa, una storia strana che ha solo la verità della sua pena da donarti.
Neghiamo aiuto, passiamo oltre quella mano cercando in fondo una scusa per non ammettere che e’ solo per culo che siamo finiti dalla parte giusta della barricata.
Proseguimo convincendoci che non e’ colpa nostra, che noi non possiamo fare nulla, che sono altri i preposti a questo e che in fondo e’ meglio che ogniuno stia a casa sua. Gia’ tutti a casa contenti…
Che cosa farei se fossi solo qua? Dove passerei la notte? Dove troverei i soldi per mangiare domani, e poi dopodomani? Chi mi darebbe lavoro, chi si fiderebbe a prestarmi qualche soldo?
Rimango senza risposte mentre ritorno dalla parte fortunata della frontiera. Cerco di fissare in qualche modo la condizione a cui mi sono affacciato, l’immagine che sta dietro quella mano tesa ed il buco nero, profondo che occhi abituati alla luce non possono scrutare oltre.





L’africa dagli occhi a mandorla

2 05 2010

Dal delta del niger in avanti la strada diventa difficile. Attraversa fitte foreste, che nascondono tutto, anche i casini di questa regione, ricca di petrolio ma abitata da gente povera. Dagli anni 90 in poi i “ribelli” hanno tentato di negoziare con il governo Nigeriano una più equa distribuzione dei proventi dei gicimenti. Al rifiuto di Lagos sono iniziate le azioni di guerriglia e sabotaggio. I rapimenti per cui lonley planet raccomanda prudenza, in realtà hanno per oggetto solo gli occidentali che lavorano nel settore petrolifero.
Certo non e’ una zona tranquilla: ovunque gente armata, militari, posti di blocco ogni kilometro. Non ci sono turisti, non ci sono stranieri. Per la strada ci chiamano: “i Bianchi!!!”
Ma in realtà non siamo gli unici stranieri. Protetti dai soldati e dall’aria condizionata ci sono i cinesi che costruiscono una nuovissima strada. Gia’ da anni si parla di africa gialla o cinafrica: una relazione economica forte e diffusa in tutto il continente. Realizzano autostrade, ponti, aeroporti, dighe, centrali ed in cambio ottengono materie prime.
L’Europa, anche se nessuno lo ammette chiaramente, ha perso il suo ruolo di partner privilegiato dei paesi africani. Gli ex colonizzatori hanno potuto godere per decenni di una posizione privilegiata strettamente connessa con l’appoggio politico, gli aiuti umanitari ed il supporto militare.
Ma il giochino e’ finito o almeno si e’ notevolmente ridimensionato con il boom economico della Cina dell’ultimo decennio. Senza clamore, in un riserbo tutto asiatico, la Cina ha stretto accordi milionari con tutta i paesi africani. Costruiscono qualsiasi cosa, costano poco, sono velocissimi e non fanno casino. La comunità cinese in Africa non si mischia con la polopazione locale, abita in quartieri chiusi, mangia cibo cinese ed in genere disprezza la cultura del posto. Gli operai cinesi vengono qui per soldi mentre gli europei stanno a guardare accecati dai pregiudizi.
E così mentre noi ancora raccontiamo la storia dei poveretti d’Africa, i cinesi, più pragmatici, cinsiderano il continente come un mercato su cui investire. Fanno soldi e creano lavoro. La gente si ritrova una strada nuova ed applaude il governante. Modello “win win”: tutti contenti.
E cosa fanno gli italiano mentre nuovi flussi economici cambiano il pianeta? Come fini osservatori delle dinamiche geopolitiche del mondo, eleggiamo dei bifolchi razzisti alla guida delle nostre regioni e chiudiamo tutta l’Africa in un’immagine ignorante e stereotipata. Ubriachi della celtica acqua del monviso, brindiamo al fortino in cui ci stiamo blindando e salutiamo il mondo che va da un’altra parte.





Economia del terrore

2 05 2010

Togo, benin, nigeria voliamo attraverso l’Africa centrale, non c’è più tempo, di frontiera in frontiera passano appena 12 ore, confondo le monete, i cambi, le lingue. Vorrei avere giorni in più, settimane per capire le mille immagini che mi scorrono davanti, ma si deve correre, via, veloci.
La stagione delle piogge sta distruggendo le strade del Congo senza contare l’incognita Angola. Non abbiamo tempo. Non possiamo permetterci soste, da giorni mangio sardine in scatola in equilibrio tra le buche dell’asfalto. Inquadrata nel vetro, passa l’Africa verde smeraldo delle foreste, dei fiumi imponenti, delle pioggie torrenziali. In mezzo ci sono i fumi pestilenziali, di strade congestionate all’inverosimile, nebbiose dei gas, distrutte dall’acqua come se avessero bombardato. Passiamo Lagos in una lunga tirata fino alla regione del denta del Niger, zona calda. Qui rapinano e rapiscono, almeno così dice il sito del ministero degli Esteri italiano….
Passiamo il grande fiume e si fa buio pesto. Un poliziotto o meglio un amico di un amici, armato di un lungo macere ci scorta in una specie di hotel. Il tempo di ordinare e ci raggiunge una strana compagnia di simpaticoni: tre uomini e due donne. Si beve e tra una cosa e un’altra chiedono dove andiamo, cosa facciamo, se per caso gradiamo compagnia per la notte. La partita distrae i miei compagni di viaggio da questo interrogatorio mascherato, ringrazio l’intero esercito ed il governo nigeriano per la premura dimostrataci ma siamo davvero disrutti. Il barista mi conferma: antiterrorismo, “my friends”…
Adesso dovrei bermi due birre al bancone, rubare una sigaretta a qualcuno, offrirla distrattamente al barista, iniziare un giro larghissimo di affermazioni positive sulla Nigeria e pian piano scendere verso il tema caldo: ribelli e petrolio…
Ma stasera non ho forza per passare da giornalista, il posto e’ pieno di militari ed io ho solo voglia di dormire. Esco e mi fermano tre ufficiali in canottiera, mi portano gentilmente in disparte, mi spiegano che sono li per noi, che guardano alla nostra sicurezza, che e’ un po come se fossi in stato di arresto volontario, che…..insomma e’ più carino se prima di andare a dormire faccio una donazione agli angeli custodi.
Dal balcone della mia lurida stanza ripenso alla scena e a chi davvero convenga questo stato di terrore.
La risposta arriva in tempo reale, come avessi fatto una ricerca su Google: i tre compaiono di sotto e non possono vedermi. Sembra che il più anziano non abbia ricevuto la sua parte, richiama i due che estraggono enormi rotoli di banconote. Sono la raccolta di oggi dei posti di blocco a cui tutti inesorabilmente lasciano qualcosa. Oggi in più alla normale, costante, continua estorsione ai danni della gente comune, hanno anche il contributo del comparto “viaggi e turismo”.
Se e’ l’esercito l’organo preposto alla lotta contro il terrorismo allora i militari saranno gli ultimi a far si che qui, questo stato di cose, abbia fine.





Togo 1960, il sogno tradito

29 04 2010

Entriamo in Togo il 27 aprile. Esattamante cinquant’anni fa, questa piccola colonia un tempo tedesca e poi francese, ottenne l’indipendenza. Come per quasi tutti gli stati dell’Africa occidentale, il 1960 rappresento’ la svolta e la speranza. Un’ondata d’entusiasmo attraverso’ tutto il continente: Senegal, Mali, burkina faso, mauritania, ghana, benin….sembrava intravedersi per tutti un futuro migliore, una nuova coscenza nazionale, il riconoscimento della libertà a lungo negata.
Per tutti la delusione fu la stessa. Gli europei mantennero lo sfruttamento dei settori più importanti delle economie nazionali in accordo con le élite locali a cui avevano concesso l’indipendenza. La sostituzione degli apparati amministrativi stranieri con personale locale impreparato porto’ disorganizzazione e corruzione bloccando le poche riforme tentate dai fragili governi. Lo sfruttamento delle risorse e delle relative concessioni arricchirono i governanti oltre ogni misura mente le condizioni generali della popolazione peggiorarono. Gli eserciti nazionali colsero il malcontento e presero il potere con colpi di stato più o meno violenti.
Rileggo la storia dei vari paesi africani fino agli anni 80 e puntualmente si ripete questo il modello. Cambiano le date, la dose di gerre e violenze ma su tutto ritorna il furto costante ai danni della gente comune.
Dopo cinquant’anni di ragionamenti, programmi e progetti siamo ancora qua, con i morti di fame per la strada in paesi stracolmi di risorse naturali. E’ fin troppo ovvio che c’e qualcosa che non torna.
Come se il mio viaggio attraversasse la storia africana, mi ritrovo, dopo il Senegal, in un altro anniversario d’indipendenza. Ne parlo con i giovani togolesi davanti al monumento che 50 anni fa celebrava la liberta’. Una specie di torre pacchiana e vagamente socialista, chiusa al pubblico, metafora d’i un’indipendenza che in pochi hanno potuto vivere in termini di miglioramento. Mi dicono che non c’è lavoro, non ci sono soldi. Il governo si arricchisce, il presidente Eyadema, figlio del precedente capo dello stato, bara alle elezioni e fa soldi a palate. Tutti lo sanno e non hanno paura a dirtelo chiaramente.
In una strana e dimessa processione, le famiglie vestite a festa fanno il giro del monumento. Tutto puo’ sembrare tranne che una festa. Forse abbiamo sbagliato posto, forse non e’ qua che i togolesi si stappano i capelli dalla gioia, drogati dal ricordo dalla libertà conquistata.
Facciamo le riprese del caso, faccio le foto del caso.
Seduto sul merciapiede guardo la gente passare. Sembra una festa a sorpresa mal riuscita quando gli amici si sono gia’ riuniti, hanno portato le bottiglie ma il festeggiato non c’è. Tutti insieme, un po imbarazzati fanno finta di nulla, abbracciano sconosciuti e brindiano a caso.
“la libertà va bene? ok brindiamo alla libertà”





Notti d’aria condizionata

26 04 2010

Inizia l’Africa nera, si scende nelle tenebre ed il cuore ne avverte il peso. L’umidita appesantisce il fisico e la mente vaga, lontano da noi stessi. Il mare che stiamo attraversando diventa burrascoso, l’esotico dell’immaginario si fa reale sotto il peso delle tonnellate della pioggia stagionale.
Si fatica a fare qualsiasi cosa, mantenere lo stato di volo del viaggio diventa più difficile. Rasente alla sopravvivenza, si mette mano al portafoglio per far tacere le scomodità infinite.
La vita intorno si fa man mano più misera, insicura, povera oltre il comune senso di indigenza. Noi, fortunati senza merito, solchiamo questa massa miserevole, come una barca a vela in una discarica, attraccando nei porti sicuri che profumano di retaggio coloniale. Solchi di differenze, barriere invisibili, nette linee di demarcazione tra ciò che e’ per tutto un continente e ciò che e’ per pochi.
Certo non posso illudermi di attraversare tutta l’Africa vivendo come si vive qui, sarei morto dopo due settimane. Ma la conquista dell’aria condizionata dopo un mese del calore desertico, mi toglie non solo l’umidita, forse anche un po’ di condivisione delle pene, delle fatiche, delle condizioni della gente di questi posti.
Avrò tempo per capire meglio, per entrare dentro il cuore dei posti, per superare queste velleita’ e tornare a stramaledire il salato sapore puzzolente del caldo d’Africa.
Per ora, guardo questa capitale, carica di aria umida, dagli oblò appannati della mia cabina, aspettando domani per tornare a nuotare in mare aperto. Mi consolo sapendo che verra’ un giorno in cui non avrò più bisogno di soste d’aria condizionata, ne di bombole d’ossigeno per esplorare liberamente i fondali più profondi di questo mondo.





NerviosAccra

26 04 2010

Accra e’ il solito delirio di capitale afrcana, squallida ed inquinata. Ci devo passare almeno tre notti e quindi eccomi qua. La prima giornata vola col gioco dell’ambascata: caccia al tesoro per la rappresentanza congolese in Ghana.
Mi ritrovo nel solito quartiere isolato e pulito dove sulla strada ci sono solo guardiani a protezione di piccoli stati in miniatura. Dai muri alti, oltre il filo spinato, svettano le bandiere nazionali e rigogliosi alberi in fiore che lasciano immaginare freschi giardini, silenziosi e profumati. Io sudo come un cammello a 38 gradi, maledicendo a turno tutto mondo diplomatico: nessuno sembra sapere che in africa esiste anche un Congo che non e’ l’ex Zaire. (pure voi congolesi da una parte e dall’altra: uno dei due per favore cambi nome…)
Mi vengono in mente Kapuscinski e Terzani quando nei loro lunghi soggiorni si ostinavano a voler risiedere in un quartiere vero, autentico, locale. Contro tutti i consigli degli altri occidentali e la loro disapprovazione si rifiutavano di abitare in questi paradisi artificiali. Terzani addirittura mandava i figli nelle scuole pubbliche evitando i college di diplomatici, funzionari, rappresentanti di multinazionali.
Ci vuole una certa resistenza a passare mesi o anni combattendo contro le mille cose che non funzionano in un normale quartiere di Accra, come di una qualsiasi altra capitale africana. Salta la luce, l’acqua non arriva o se arriva e’ sporca, difficile trovare qualcuno che ripari le cose e magari finisce che peggiora la situazione. Me ne accorgo io che qui non ci vivo, che passo pochi giorni in uno stesso posto, magari anche solo una notte: costantemente trovo qualcosa che non funziona. Ma non e’ una questione di efficenza ma di tempo: la dilatazione di quest’ultimo fa parte del paese, della gente, della mente. Ogni cosa qui ha bisogno di più tempo, ogni problema seppur piccolo non può essere risolto subito, adesso, oggi. Questo stile e’ talmente lontano dal nostro pensare che di solito si finisce incazzati neri ad odiare il continene intero.
Bisogna invece arrendersi, se non si puo’ fare oggi non importa, pazientemente bisogna collezionare informazioni, perché domani si possa fare. Prima si capisce questo meno si sklera. Calcolate il doppio o il triplo del tempo per fare qualsiasi cosa e scoprirete che non e’ vero che non funziona nulla, eravate voi ad avere fretta.
Ma per dirla tutta, in realtà, scrivo queste cose non tanto per descrivervi quanto io sia entrato in questa mistica pacifica mentalità ma per cercare di sopportare i ghanesi. Sara’ che sono anglofoni, che sono piu ricchi dell’area cfa franconona, sara’ l’umidita che rende tutti nervosi in mezzo al traffico… ma oggi ho mandato a quel paese almeno 20 persone, cercando l’officina Iveco.
Compiti di viaggio: rileggi questo post ogni mattina, prima di ogni partenza. Se ti trovi ad Accra leggilo ad ogni semaforo.





Burkina overload

25 04 2010

Il burkina faso e’ uno dei paesi più poveri del mondo, noi lo attraversiamo in due giorni, netti, con sosta a Ouagadougou, la capitale dal nome inpronunciabile. Dopo cinque paesi africani mi sembra di non avere più nulla da scrivere, gli occhi si abituano alle differenze, di km in km scendo nella classifica dei posti poveri.
Facciamo visita a Coach for Hope, ci accoglie Roma, un entusiasta 23enne, energico e vitale. Ci racconta della situazione del suo paese in relazione alla diffusione Aids. I programmi di sensibilizzazione sembrano funzionare, la percentuale dei sieropositivi si e’ abbassata ma sono ancora pochi quelli che fanno il test. Assistiamo all’allenamento, una specie di lezione in cui si mescolano le informazioni di prevenzione agli schemi calcistici. I ragazzi partecipano attivamente, rispondono, commentano. Sanno molto piu’ di me e soprattutto giocano meglio di me!
Palleggiano all’infinito tra di loro, senza scomporsi, io sudo come un inglese ubriaco a lloret de mar e dopo 10 minuti abbandono.
Scusate ma ho da fare qualche decina di migliaia di kilometri. So che ci andrebbe tempo, che bisognerebbe stare di piu’, parlare, conoscere, vedere, ma non abbiamo tempo. In ogni posto lascio mille cose sospese, mille aspetti da approfondire, mille domande a cui vorrei risposta.
Per il burkina e’ andata cosi’. Le immagini restano appese alle memoria solo grazie alle foto, i luoghi e le situazioni iniziano ad accavallarsi nella mia mente come se non ci fosse più spazio. Sapevo che sarebbe arrivato questo momento, ma credevo di poterlo contenere. Ed invece l’Africa straborda dalla mia mente, mescolando tutto in un unico sentimento di trasporto. Da qualche giorno combatto cercando di stare dietro ai kilomentri, alle informazioni, ai posti, alle situazioni. Non ce la si può fare. Tengo a malapena questi appunti travolto dalla contingenza dei momenti, dei problemi da risolvere, dalle decisioni da prendere, dalle preoccupazioni economiche, dalla stanchezza del corpo.
E’ qui che il viaggio pesa, che diventa duro. E’ qui che sta il casino, l’impresa. E’ in questi momenti che si cede, che si cade… e’ tutto qui.
Vado a svenire nel letto. Domani contro il Ghana sara’ un’altro giorno, un’altra partita.





A casa loro

24 04 2010

“I Dogon sono una popolazione africana del Mali. Questa popolazione, di circa 300.000 individui, occupa la regione della falesia di Bandiagara a sud del fiume Niger e alcuni gruppi sono stanziati nei territori attigui al Burkina Faso. I Dogon sono prevalentemente coltivatori di miglio e hanno una particolare abilità come fabbri e scultori…”  da Wikipedia

Arriviamo dai dogon in una stagione morta, nessun turista, nessun occidentale. Siamo solo noi e loro. Abbiamo anche una guida che non serve quasi a nulla, ma qui il turismo sembra l’unico entrata economica e così partecipiamo anche noi al terziario della zona.
Già il turismo…: uomini pallidi a far le foto a casa di scuri signori, a cercare l’esotismo da raccntare. Spesso e’ così. Ne parlo a lungo con la mia guida, mi racconta di progetti di sviluppo nati proprio dalla sensibilità dei visitatori: scuole, dispensari, etc.
Tutto bene quindi? Non proprio, i bambini hanno iniziato a chiedere piuttosto che aspettare di ricevere, gli anziani si incazzano con ambiziosi fotografi che non sanno dove stanno mettendo i piedi, ogni scatto si paga. La guida passa 5000 cfa ad ogni capovillaggio che fara’ di tutto perche’ un altro gruppo ritorni…
Piano piano inesorabilmente questo flusso annulla le differenze, la genuinità dei posti, della gente. Cosa fare quindi? Il discorso tutto positivo della guida non mi convince, e’ troppo di parte.
Ma l’illusione che i posti rimangano uguali per sempre e’ una stupida utopia. Ciò che a noi ricorda una purezza perduta, un antico rapporto con la natura, per altri e’ una vita di miseria che darebbero volentieri in cambio della tua.
Il rapporto non e’ facile. Difficile trovare una formula d’equilibrio onesta tra l’incontro di culture diverse e la conservazione della diversità.
Io cerco di stare basso, non fare casino, non fare troppe foto, non con tanti bambini, non alle donne. Evito i rapporti uno a mille, non do soldi, non metto nemmeno le mani in tasca, non bevo, non mangio. Chiedo prima di fare qualsiasi cosa, parcheggio lontano dalle case e spero che il mio aspetto non li induca a tentare di modificare il loro.
Dieci bambini mi seguono costantemente, attenti ad ogni mio movimento, espressione. Potrei godermi il panorama della falesia ed invece penso che forse, per loro, sarebbe meglio non fossi qua. Non so. Il posto e’ da mozzare il fiato, le antiche abitazioni dei Tellem, antica tribù antecdente ai dogon, stanno abbarbicate sulla parete a picco sulla pianura, sotto una vista infinita….ma le persone vengono prima dei posti.
Gli amici mi avevano raccomandato di fare tante foto, ma qui, dai Dogon, a casa loro, non ce la faccio. Scusate. Meglio dei miei scatti fara’ Panoramio, meglio delle mie informazioni fara’ Wikipedia.

Ps un saluto agli amici di viaggi solidali che mi seguono e che mettono questi temi al cento del loro lavoro e dei loro viaggi. http://www.viaggisolidali.it





In Africa c’e’ sempre casino

23 04 2010

Casino positivo pero’. E’ un flusso costante di attività umane. Ovunque, parole, saluti, strette di mano, sorrisi, macchine, moto, muli, carri, pecore, polli, fumi, odori, clacson e buche.
Ma se anche ti sembra di arrivare in un posto tranquillo in meno di un minuto sentirai qualcuno che ti chiama, ti chiede chi sei e dove vai.
Non hai scampo. Ripeto decine di volte al giorno da dove vengo e come mi chiamo. Tutti vogliono sapere, scambiare due parole anche se conoscono poco le lingue. L’importante e’ parlare, non esiste che te ne stai seduto solo da qualche parte: arriveranno tutti prima o poi a dirti qualsiasi cosa.
Dopo un po di navigazione in queto flusso ti sembra di conosceli tutti. Sento il mio nome, come un eco per la strada, si alzano le mani riflesse nello specchietto, chissà chi era… Mi fermo dal benzinaio e scopro che sa già tutto di noi. Mi saluta energicamente un camionista, come avesse trovato il vicino di casa al polo nord. Pedro, come stai? Ed in effetti lo conosco….
Un fiume in piena a chi non puoi sottrarti. Sembra che tutta l’Africa si conosca di persona e sia li che aspetta te, sul ciglio della strada, solo per dirti buongiono come stai.
A volte diventa stressante, bisogna farci l’abitudine, ma alla fine sono gli incontri che fanno la storia. Inesorabilmente mi arrendo, abbandono l’allerta da viaggio, sorrido al sorriso e anche se devo andare, spengo il motore e lascio che la barca vada.
E’ uno stato difficile da raccontare. Lo stesso mio scivere in mezzo a questo flusso trascinante e’ come ricevere una telefonata dalla mamma quando sei ubriaco da giancarlo. Anche se tu concentri e’ dura raccontagli come stai….





Persi

22 04 2010

Siamo su una pista lontani dalla strada in mezzo al deserto. Il gps si pegne improvvisamente. L’aria e’ piena di sabbia, non si vede il sole, non si vede molto altro per la verità. Manca un’ora al tramonto, non sappiamo dove siamo.
La prossima città e’ troppo lontana e non sappiamo bene dove sia. Ho solo il gps dell’iPhone senza mappe, solo le coordinate. Traccio rette sulla cartina come un marinaio del settecento. Sale un po’ di panico, ci sono 45 gradi e non abbiamo aria condizionata. L’acqua che credevamo sufficente diventa scarsissima a queste temperature. Il buio inghiotte tutto, inutile proseguire.
Mangiamo qualche scatola, siamo distrutti dal caldo e dalla sabbia che respiriamo costantemente da 24 ore. L’acqua non basta mai a saziare la sete, beviamo ma sappiamo che non basterà. Ci fermiamo a due bottiglie che conserviamo fino al mattino. Ma fa troppo caldo. Sappiamo che avremo sete. Sono le otto di sera, a noi paiono le tre del mattino. Facciamo finta di andare a dormire. Dobbiamo aspettare l’alba verso le cinque. Chiudiamo a chiave la macchina, ma sappiamo che i ladri siamo noi, ladri d’acqua. Io conservo una piccola scorta, e’ bollente, succhio ogni goccia per le prime due ore, la divido con Nacio che inizia a sbroccare. Fa troppo caldo, la tenda e’ un forno ma ci sono troppi insetti, per dormire fuori. Non si respira e quel che entra nei naso e’ carico di sabbia. Darei un dito per una coca gelata.
Nacio non ce la fa più, chiede la scorta. Non si può. Bestemmie in spagnolo volano nella notte. Dobbiamo cercare di non ucciderci a vicenda. Mancano poche ore, bisogna star calmi.
Sappiamo che ce la faremo, sappiamo che entro 15 ore berremo birra gelata, eppure lo stesso qualcuno perde colpi sotto le richieste del fisico.
Riprendiamo la via, siamo distrutti. Un camion e’ fermo sulla strada, in mezzo al nulla. Faccio fatica a ricordarlo ma e’ lo stesso che abbiamo incontrato in andata. Gli avevamo dato qualcosa da mangiare e da bere. Ripartendo faccio il calcolo: sono tre giorni che sono fermi la, eppure sorridono e ci ringraziano anche se abbiamo potuto fare nulla. Chissà quanto tempo aspetteranno in quelle condizioni…
Sto zitto e penso.
Eccolo qua il “viaggio” che ti prende per il culo: pensi di aver passato un girone infernale mentre scopri che e’ stato un gioco da villaggio turistico.
Eccoti la birra, hai passato la prova.





La vendetta di Timbuctu’

20 04 2010

Timbuctu’. Il solo nome evoca un posto remoto, inaccessibile, oltre il mondo conosciuto. Ora qui arriva Internet, gsm e persino il Martini rosso ben allineato sulla mensola del nostro modestissimo camping. Peccato non arrivi anche una strada. Sono duecento km di una pista scassatissima, intervallata da buchi profondi come pozzi. Otto ore di salti e vibrazioni costanti in mezzo ad un mare di sabbia. Inizio ad intuire l’alone di inaccessibilità di questo posto…
Per secoli Tombouctou, e’ stata la sponda sud del deserto, attraversato solo dalle carovane berbere che collegavano il nord del continete con l’Africa subsahariana. Gli europei conoscevano la citta’ solo attraverso i raccconti che seguivano il commercio, non sapevano dove si trovasse esattamente, se davvero esistesse, nessuno occidentale ci era mai arrivato….pian piano crebbe il mito di una città lontana in una misura non calcolabile, come fosse su un’altro pianeta, ricchissima oltre ogni quantità, porto di un’altro mondo, misterioso ed esotico.
Di quell’epoca d’oro rimane solo più il nome: l’esercito marocchino distrusse la città nel 1500 ed la rotta della carovane berbere fu soppiantata delle navi che circunnavigavano l’Africa. Resta solo più un titolo ed un’aura intorno, una luce nel deserto che attrae viaggiatori d’ogni epoca che dall’inizio del 1800 hanno provato a raggiungela come noi.
La trovo avvolta da una nebbia di sabbia fina, nel mezzo di un mercato polveroso, dove l’acqua fresca impone una lunga ricerca. Berberi in costume vendono il loro artigianato, mi raccontano dei loro villaggi ancora più a nor, dei giorni di cammello necessari per raggiungere le antiche miniere di sale di un’epoca ancora più remota di quando il Sahara era mare.
Forse non ne valeva la pena per me che non amo mettere bandierine sulle cartine e che diffido di chi si fa chiamare viaggiatore. Son quei posti in cui bisogna mettere il filtro della storia sui propri occhiali, immaginare un mondo lontano oltre la realtà.
Sebbene il viaggio sia stato faticoso mi sfugge cosa vuol dire dire timbouctu, quale avventura pericolosa era il viaggio fino qua. Puntuale, ironico, potente, Il flusso delle cose che in Africa e’ un torrente in piena, riempie di contenuto questo nome nudo: rimaniamo persi nel deserto, senza gps, nella tempesta di sabbia, di notte con pochissima acqua….





Di kilometro in kilometro

15 04 2010

Il viaggio e’ fatto anche di lunghe tappe di trasferimento. Tirate come questa da Bamako a Timbouctou. 1000 km netti, a 40 gradi costanti dalla mattina alla sera che quasi svengo al volante. L’asfalto diventa acqua in lontananza, enormi giraffe si avvicinano diventando baobab. Quando mi sveglio, la pioggia, il fresco. Forse ce la possiamo fare. Finisco l’ultimo beverone di sali minerali color menta, i bambini salutano il nostro arrivo come se ci aspettassero da giorni: basta poco a cambiare il colore delle giornate.
Lascio chveno vento caldo mi bruci la faccia mentre avrei tante cose da scrivere, persone conosciute, situazioni nuove, belle a volte dure, ma sono troppe. Alla fine sono questi i momenti liberi del viaggio: la destinazione e’ lontana, la strada alle spalle si fa più lunga, i pensieri più intensi, carichi, densi. Mi sembra di essere partito un anno fa, di essere in viaggio da sempre. Forse davvero e’ così. Mi chiedo quale sia la destinazione finale.
Mischio tutto. Una voce da lontano mi dice che per oggi meglio pensare di kilometro in kilometro ed arrivare a sera. Timbouctou, sulle rive del mar Sahara, e’ davvero lontanissima.





Bamako, il banco vince tutto

15 04 2010

Stavo pensando che il viaggio ha in se un senso ultimo di giustizia. Punisce se si arriva spavaldi in un posto nuovo e contraddice con ironia i pregiudizi con cui si arriva a destinazione.
“Bamako non ha nulla da offrire”, avevo detto a Pier nel podcast, ricopiando il giudizio di Lonley Planet.
Usciamo dalla città e mi ritrovo a pensare dopo 24 ore che anche se povera, incasinata ed inquinatissima come tutte le capitali d’Africa, questa citta’ mi lascia un bel ricordo di grandi persone che fanno belle cose. Abbiamo fatto visita ad una scuola per audiolesi: un allenatore anch’esso sordomuto ci ha fatto vedere come comunica teorie di prevenzione AIDS attraverso il calcio. A parte le scene comiche di traduzione franco-Italo-spagnolo nel linguaggio dei segni, e’ stato un pomeriggio che ricorderò. Ci hanno descritto tutte le attività mentre pian piano tutta la cuminita’ legata alla scuola si radunava per noi. E’ stato difficile andare via, ci hanno salutato e ringraziato a lungo, sorrisi che dicono più di tante parole e che lasciano mille pensieri, mille domande.
Esco pieno, la mia immeritata parte di traduttore e di intervistatore non ha lasciato troppo tempo alle emozioni. Dal finestrino la città scorre, con la sua miseria, ed il suo traffico strombazzante, mentre non tengo testa ai pensieri. Compro l’acqua fresca che i bambini vendono in sacchetti di plastica a 50 cfa e mi sento più piccolo di loro.
Ed io che dicevo che Bamako non ha nulla da offrire. Forse sono io che ho poco da offrire a lei.
Come al casino’ lascio l’azzardata puntata sul tavolo verde: il banco ha vinto, il viaggio ritira tutto.





A ognuno la sua fede

14 04 2010

Gli ultimi giorni di Senegal ci hanno portato a Mbour, localita’ di “villeggiatura” sulla petite cote, 60 km a sud di Dakar. Abbiamo consegnato sarpe e magliette ad una piccola scuola di un villaggio nelle vicinanze che fa parte di una comunità di mouridisti. Ho scoperto cosi’ questa corrente, tutta senegalese, dell’Islam che ha il suo centro spirituale a Touba, ad un cantinaio di km da qui. Dopo aver conosciuto i suoi piccoli fadeli non potevamo non andarci. Mi sono quindi ritrovato scalzo a girovagare per un’enorme moschea che ci dicono rappresenti una specie di vaticano senegalese. In mezzo ad un trionfo di stucchi ed alti minareti, sorge la tomba di Babma, il profeta da cui tutto e’ nato e che alla sua morte ha nominato “marabù” figli e nipoti. Una santità ereditaria quindi.
Volendo vederla più sul lato temporale, il mouridismo e’ una grande e potente lobby interna a questo paese di cui influenza pesantemente politica ed economia e che gode di particolari deroghe: tutta l’area della città e’ esentasse. Senza voler per forza sembrare anticlericali, non bisogna fare troppa fatica per riconoscere similitudini evidenti…
Ad ogni fedele il suo dio ad ogni paese la sua lobby. Oltre alla fede ora qualche bambino avra’ anche un pallone su cui imprecare.

Ps: a touba non si può fumare, bere, giocare a pallone e tante altre cose ma l’uomo e’ sempre uguale: a 7 km mi raccontano di una città “parallela” dove si può fare tutto, peccato non avere il tempo…





Una telefonata dal Mali

13 04 2010

Stasera non c’era wifi disponibile, cosi’ ci siamo attrezzati con mezzi recuperati al volo:

Scaricato e configurato Qutecom per Mac, utilizziamo l’ottimo servizio online di VoIP: messagenet.

Le tariffe per il Mali sono di 0,1440 € al minuto, ad ogni modo il credito caricato è di circa 10 euro, qundo finiscono, sarà finita la telefonata.

il solito Audacity inizia la registrazione, ed cco qui la telefonata in podcast: Puntata 7 Sudafricast

La telefonata si interrompe, forse è finito il credito?

dopo una controllata, è chiaro che il motivo deve essere stato tecnico:

30.01 minuti di conversazione Torino – Bamako : 4,3224 € !! wow, queste sono cose belle e che funzionanano davvero!!





Sénégalaises

10 04 2010

Nere pantere di fauci d’avorio,
d’eleganti antiche movenze,
sorridono di luce al buio della notte.
La mia.
Poi mi sveglio, esco e sono ancora li, a dar vita a questa terra di miseria e
meraviglia.





Dakar e’ un casino

10 04 2010

Dakar e’ un casino, altro difficilmente si potrebbe dire. Sono qui da tre giorni, ospite di Renken, una piccola associazione torinese che gestisce una scuola e mille atri progetti sociali a Malika, sobborgo sulla costa nord della penisola.
Passiamo le giornate da un’ambasciata ad un’altra a richiedere i visti per i prossimi paesi in mezzo ad un traffico intasatissimo, ovunque persone, auto, carri, animali, venditori, poveri…..un delirio insomma. L’aria e’ densa di gas che quasi non si riesce a respirare, passiamo ore fermi su quella che qui tutti chiamano autostrada: e’ sempre così ci dicono.
Ma dal primo impatto tragico, piano piano l’occhio si abitua e quello che prima era un girone infernale senza logica, ora diventa meno casino, meno casuale. Ci vanno un paio di giorni in mezzo a questo disordinato fracasso per scoprire, dietro allo squallido susseguirsi di edifici più o meno fatiscenti, la vita di un falegame, un negozio di ricambi, un improbabile ristorante di strada. Provate a stare fermi un pomeriggio all’angolo di una strada qualsiasi e, dopo aver conosciuto tutto il quartiere, vi parrà normale che un macellaio insanguinato affetti all’aria aperta capretti e montoni.
Come per tutti i posti, non sono tanto i luoghi a lasciarti un ricordo più o meno positivo, quanto le persone. Innanzi tutto bisogna dire che le senegalesi sono bellissime. Per cinque maschi puzzolenti che sono in viaggio da settimane, queste figure statuarie che passano nell’inquadratura dei nostri finestrini, sono una gran consolazione.
Dopo una mattinata a fare il gioco del “trova l’ambasciata del Gabon a Dakar”, sono tornato a Malika dove Matteo e gli altri hanno organizzato la partita di calcio per la prima consegna di materiale del progetto. 200 bambini eccitatissimi, musica e mezzo paese a vedere cosa succede nel campo da gioco.
E’ difficile tenersi fuori, ogniuno vuole conoscerti, sapere il tuo nome parlarti: il diverso qui sei tu, pallido e spaesato, esotico e per nulla pericoloso.
Rientro a casa per accompagnare al dispensario un padre ed il suo neonato con la febbre. Lungo il ritorno mi salutano i bambini conosciuti poco prima, giro in mezzo a questa incomprensibile circolazione senza piu’ indicazioni e mi sembra di conoscere questo posto da tempo.
Rileggo il post e sorrido scoprendo di aver chiamato “casa” un provvisorio domicilio a Dakar.
Spero di riuscire a chiamare così tutti le prossime sistemazioni di viaggio.

Ps: grazie a Claudia e Filippo di Renken per tutto l’aiuto e l’ospitalita. Grazie anche a Ismahel e Pascal che hanno condiviso con me la caccia al tesero delle ambasciate di Dakar.
http://www.renken.it





St-Louis, la vecchia signora dell’impero

10 04 2010

St. Louis (Senegal) e’ stata per un paio di secoli la capitale l’Africa francese occidentale durante il periodo coloniale. Un territorio immenso diviso tra più stati all’atto dell’indipendenza nei primi anni 60. Conserva un fascino antico, un po’ decadente di un’epoca d’oro e di sfruttamento. Pare una vecchia signora, ancora bella, che ha rinunciato a truccarsi ma non a indossare i propri gioielli di giuventu’: il Palazzo del Governatore, le case in stile europeo, il ponte costruito da Eiffel che collega l’isola alla terraferma. Sembra di tornare indietro nel tempo quando, passeggiando sul lungomare, le mogli dei funzionari francesi potevano far finta di stare in costa azzurra. Sorseggiavano pastis e speravano che gli anni lontani dalla madrepatria valessero, una volta tornate, qualche balzo di carriera dei loro mariti.
Il mio ricordo di questo posto particolare rimarrà legato alla sei ore di travaglio della dogana. Alla fine abbiamo pagato un funzionario elegantissimo, pronto alla gran festa nell’adiacente casa del governatore: e’ il 4 aprile, 50 anni d’indipendenza.
Mi rimane un sapore strano in bocca a cui mi abituerò presto: davanti all’ufficio di questo simpatico pubblico ufficiale senegalese campeggiava un nuovissimo fuoristrada americano mentre nel suo ufficio conservava, ben impilate, un bel metro cubo di stecche di sigarette.
Dicono che il fumo faccia male ma il tizio pareva essere in gran forma: mai fidarsi delle apparenze…





L’Atlantico come guardrail

5 04 2010

Il viaggio e’ fatto di incontri e casualità. Un flusso di strette di mano legate a mille nomi che non ricordero’ mai. La comunità dei viaggiatori e’ una ambiente che fa parte del flusso: ci si conosce nei nodi della geografia di viaggio, frontiere e campeggi, e ci si ritrova dopo mille kilometri a far benzina. E così che ritroviamo Emilio, pescatore ligure, che devia la nostra rotta verso il parco nazionale du Banc d’Arguin, una distesa infinita di sabbia che giunge fino all’atlantico. Gli uccelli migratori sostano qui nelle loro lunghe traversate e forse si rincontrano come i bipedi terrestri.
Siamo a 40 gradi, il deserto scotta e tradisce più volte: scavare sotto le gomme e’ come gettarsi in un forno da panettiere, ma ne vale la pena. Giungiamo a sera non so dove, troviamo una specie di campeggio e dormiamo sotto una tenda. Tutto e’ buio, le stelle sono vicine, nette, visibili su tutto l’arco di una notte scura di vento caldo e di profumo di mare.
Per arrivare a Nouakchott, la capitale, bisogna aspettare la marea giusta. E così mi metto a vagare per il parco. Mi ritrovo con un cappellone ed un binocolo ad osservare in silenzio i lunghi becchi dei pellicani, il volo rosa dei fenicotteri. (Si, ho fatto Birdwatching ma non ditelo a nessuno.)
Finalmente la natura ci da il suo visto di passaggio: la spiaggia liberata dal mare viene usata da tutti come una strada. A 80 km/h planiamo sulle dune morbide, a destra il mare a sinistra le dune rosse mentre il sole tramonta. Scende la temperatura, suona la radio, viaggiamo morbidi in un paesaggio di sole sfumature come se non dovesse finire mai, come se le strade del mondo verso sud fossere tutte così, come se non ci fossero bivi, salite, pericoli.
Baaaaaaam!!! Mentre scrivo prendiamo una buca clamorosa, sulla statale verso il confine senegalese. Sembra fatto apposta…Mio Dio che botta, ero distratto dallo scrivere e mi si e’ ghiacciato il sangue.
Vabbe’ mi e’ passata l’ispirazione poetica sui giorni passati. Guida Fuzio e la pista verso St-Louis fa schifo. La strada, come il presente, vuole attenzione anche se alla fine, come per tutto, non siamo noi a condurre il viaggio.





La terra di mezzo

4 04 2010

Il Sahara occidentale e’ lunghissimo, pare infinito. La strada che va a sud verso la frontiera e’ un paesaggio sempre uguale, di deserto, vento e posti di blocco. Raggiungiamo il confine mauritano. Alla la dogana marocchina sono ancora discreti e si accontentano di una birra che a caso ho messo sul sedile posteriore. Grandi sorrisi: buon viaggio!
Si apre la sbarra verso la terra di nessuno di sei km, un paesaggio lunare dove sono atterrate carcasse consulamate di strani veicoli. Non ci sono strade, si naviga a vista, ombre di personaggi che gravitano in questo limbo, aspettando che qualcuno, come noi si areni. Cumuli di scarti consumati dal vento, come rigettati dai due mondi che qui non s’incontrano, un buco nero, un’ isola extraterritoriale di un’economia a parte: quella di frontiera.
Come Marocco e Mauritania fossero state nazioni da sempre amiche, come non ci fossero filo spinato, torrette e armi automatiche, personaggi d’ogni tipo, entrano ed escono salutando i militari armati. Sono carichi di valuta, cercano clienti per servizi vari, offrono consulenza per addolcire le procedure di frontiera. I doganieri si confondono con i cambiavalute ed i procacciatori con la polizia. A chi dare il passaporto tra tutti quelli che con o senza divisa chiedono soldi o un regali?
Sorrido raccontando a tutti che sono studente (leggerissimamente fuoricorso), devo arrivare in sudafrica e che non ho soldi. Sposto la conversazione sui Mondiali di Calcio e sulla nazionale locale che non ha passato le qualificazioni….ah quel domage, my friend, sera’ por la proxima vez.
Entriamo in Mauritania dopo mezza giornata di questi discorsi, aver passato due ore tra le due frontiere insabbiati in mezzo a nessuna nazione, entriamo in una città orribile, seconda citta di una nazione campione di colpi di stato ed io non ho nemmeno una Lonely Planet con cui incazzarmi.
So già che entro un paio di giorni avrò cambiato idea, piano piano “entrerò” con fatica dentro il paese, vergognandomi un po’ dei giudizi affrettati di una giornata n1 un po’ pesante.
Giudicare un paese e’ come parlare di donne, alla fine sei tu che non hai capito…





F665639

31 03 2010

Entriamo nel Sahara Occidentale, un territorio occupato dal 1975. Gli spagnoli lasciarono questa colonia desertica alla morte di Franco, ed da Rabat, il re Hassan II, spinse 350 mila marocchini a marciare verso sud, rivendicando il territorio e promettendo case e lavoro per tutti. Questa massa di disperati occupo’ pacificamente case e proprieta’, incrementando gli scontri, gia iniziati nel periodo spagnolo, tra le truppe marocchine e il Polisario. Durante tutti gli anni ottanta, questo movimento di liberazione, ingaggio’ una guerra furiosa contro gli occupanti, con l’aiuto di Libia e Algeria dove attualmente si trova il governo Saharawi in esilio. Nel 1991 si abbandono’ la lotta per una risoluzione diplomatica del conflitto sotto la supervisione dell’ONU.
Laayoune e’ la città più importante di questo territorio ricco di fosfati, gas e petrolio. Ci dobbiamo fermare tutto il giorno per un problema ai fuoristrada e proprio dal meccanico he conosciamo Ahmed. Ci racconta la sua vita come membro del movimento Polisario, lo stato delle trattative (zero) e la condizione di occupazione economica e militare. Vaghiamo per il centro dove centinaia di giovani soldati e bianche jeep dell’ ONU danno un senso di precarietà ed emergenza. Difficile pensare veloce soluzione. A questi miei dubbi Ahmed mi risponde risoluto che i Marocchini se ne devono andare e prima o poi saranno costretti a farlo.
Ma la rappresentazione eroica della marcia verde che campeggia ovunque in forma di statue, murales, foto e quadri, i fanno capire quanto sia forte la volontà del Marocco di continuare l’occupazuone nonostante le numerose risoluzioni ONU. Ne discutiamo in macchina uscendo dalla città. Massimii sistemi. Ma ogni posto di blocco ci fa scendere di un gradino, ogni documento controllato ci rende sempre più disillusi, senza più risposte alle nostre domande. Al quinto stop, compilo l’ennesima fiche, riscrivo chi sono, da dove vengo e cosa faccio. Ormai in silenzio, ricopio il numero che vale, da solo, la libertà: F665639, il mio passaporto.





Giocando ad Agadir

30 03 2010

Agadir e’ una città orribile. So di essere molto critico su questi aspetti ma davvero, crededetemi.
Infinitamente squallida, rappresenta la Rimini del Marocco, fatta di grandi alberghi allineati sulla spiaggia. Dietro i prati verdi dei resort, solo i cubi di cemento della città vera.
Nella sua affinata diplomazia turistica, la Lonely Planet dice che non e’ male. Magari un po’ di massa, merita qualche giorno; non c’è nulla da vedere ma che nonostante questo….balle.
Comunque sia non ho tempo di vedere nulla, dormo in un orribile posto a 4 € e la mattina seguente faccio un gioco che mi segue in questo viaggio che si chiama “trova uno specifico prodotto da ferramente in una sconosciuta città straniera”. Ogniuno ha i propri ricordi dei posti, il proprio modo di viverli. Io di Tarifa e oggi di Agadir ricordo con simpatia le mattinate passate in rassegna dei negozi da ferramenta. L’obiettivo della caccia al tesoro della tappa marocchina e’……..un’ estintore piccolo da portare in macchina. Tre, due, uno….via!
Ci ho messo un paio d’ore, chiamando in rassegna tutti i santi del paradiso e chiedendo ad una ventina di persone. In pochi capivano il francese (almeno il mio) finche’ non sono arrivato nel paradiso delle ferramenta della città: CICA. Un grande negozio in cui senza batter ciglio mi hanno portato un bel cilindro rosso che mi eviterà qualche problema in frontiera: Pedro-Marocco due a zero.





Le lingue del viaggio

29 03 2010

Siamo quattro italiani ed uno spagnolo. Abbiamo qualche problema con lingue. Dunque, quattro di noi parlano spagnolo, Nacio non capisce una parola di italiano quindi la lingua del viaggio e’ lo spagnolo. Nessun problema con il nord del Marocco dove la seconda lingua e’ appunto il castellano. Ma verso marrakech inizia il francese, che alla fine parlo (più o meno) solo io. Nacio, il regista del viaggio e’ tagliato fuori. Il casino nasce qua: le lingue passano a tre.
Viviamo scene comiche da mal di testa quando siamo in mezzo al casino di una piazza e mille persone iniziano a parlarci in francese, traduco in spagnolo per nacio mentre in italiano stabiliamo cosa fare.
Nessuno parla più una lingua correttamente, tutte le frasi sono un mix strano, una lingua nostra e la gente non sa più da dove veniamo. Finiscono per pensare che siamo tutti spagnoli.
Per semplificarmi la vita dico a tutti che mi chiamo Pedro e vivo a Madrid.





Un sabato sera a Marrakesh

29 03 2010

Finalmente a Marrachesh! In genere si arriva piu’ scafati alla battaglia, dopo qualche migliaio di kilometri di contrattazioni. Ma qui la gente e’ meno invasiva e piu’ gentile rispetto a Fes. Si puo’ chiaccherare senza secondi fini, chiedere informazioni senza dover lasciare mance imbarazzanti. Riprendo senza quasi cercar altro la mia vecchi pensione, la stessa stanza a cinque euro a notte proprio dietro la bellissima piazza Djemma el- Fna, le spremute d’arancia e quei tamarri che incantano i serpenti per i pallidi pensionati nord europei. La Medina e’ intasatissima di gente, motorini, carri e muli che quasi non si riesce a passare, l’aria e’ densa di tutti questi odori, meno romantica di quanto me la ricordassi.
E’ sabato sera e non si piu’ perdere il vero spettacolo della citta’: la piazza di notte. Mangio per pochi dirham nei piccoli ristoranti mobili che vengono montati e smontati tutti i giorni: tajin, brochette, zuppa e carne di
monone. Cantastorie, suonatori, saltinbanchi e fattucchiere creano un’atmosfera antica tra i fumi delle fritture e delle lampade a gas. Oltre ai turisti la piazza e’ ancora vissuta da molti marrakechi; i bambini dagli occhi sgranati assorbono estasiati le storie incomprensibili degli attori di strada, tutti intorno sobbalzano alle svolte del racconto e ridono delle accellerate comiche. Difficile pensare a tanta emozione con i pacchi in tv, il lotto alle otto… “Signora apriamo la Calabria o il Molise? Bravissima!!!!!”
Ho perso gli altri da ore e vago solo da un capannello di gente all’altro in questo ambiente surreale ma in qualche modo familiare. Mi perdo geograficamente confondenfondendo Le immagini della Libia, dell’Iran, della Tunisia e di Porta Palazzo. “E naufragar m’e dolce il questo mare” fatto di risvegli mattutini dove non si sa più bene dove ci si trova, dove si deve andare, perché.
Poi il viaggio impone i suoi ritmi, il suo prezzo, ricordando all’animale pellegrino i termini della questione: oggi dobbiamo raggiungere Agadir, quattrocento chilometri.





Podcast online

28 03 2010

Ecco i primi tre episodi del Podcast, ovvero delle telefonate trigomire.

L’ultimo è quello della tappa marocchina 27/03/2010: Sudafricast puntata Marocco

Poi quello registrato a Madrid 21/03/2010 : Sudafricast puntata MAdrid

e infine la puntata zero registrata prima di partire 07/03/2010: Sudafricast puntata zero

Per chi volesse, ci si puo’ abbonare con a questo indirizzo





La battaglia di Fes

27 03 2010

Arriviamo a Fes che e’ buio da un pezzo. Questo aumenta il casino di cercare ricovero a uomini e mezzi. Tutte le guide scrivono di una medina molto pericolosa durante la notte ed infatti l’accoglienza non e’ delle migliori. E’ normale essere circondati da mille procacciatori che si offrono come guide tuttofare. Siamo stanchi morti ed affamati. Non e’ facile in questo casino trovare una pensione per cinque persone, un parcheggio sicuro per due enormi fuoristrada e qualcosa da mangiare. Inizia la battaglia che avevo dimenticato, fatta di contrattazioni e minacce: almeno tre persone mi mandano aff…lo in quattro lingue diverse, uno quasi mi prende a testate per non accettare i suoi interessati servigi. Ma alla fine vinco io. Pedro-Marocco: uno a zero senza feriti!
Lasciamo la città il giorno seguente senza rimorsi: domani e’ venerdì di preghiera, tutto chiuso. Per le riprese useremo la Medina di marrakech.
I paesaggi si fanno montagnosi passando da Idra, una località di villeggiatura costruita dai francesi negli anni trenta. Sembra di stare in Val d’aosta. Dalle foreste di pini si passa a quelle di cedri e piano piano il paesaggio si addolcisce di verdissime vallate, la vista si fa ampia, si aprono pascoli erbosi e uliveti. I laghi rispecchiano la luce calda de tramonto, salutano i contadini dai sorrisi sdentati, la mente spazia verso ciò che sara’ il viaggio verso sud, la vita verso nord. Di colpo arriva la primavera e la terra profuma di risveglio. Ci si dimentica di stare in Africa, confondo i viaggi, la geografia, le lingue.
Non arriveremo se non domani, ci fermiamo per la notte a Beni Mellal, rempiamo i polmoni dei fiori d’arancio e ci prepariamo alla secanda battaglia: Marrakesh.





Le Langhe del Marocco

27 03 2010

Ritorno a chefchauen dopo quattro anni, ma poco e’ cambiato. La città e’ rimasta la capitale del kif, il “fumo” marocchino. Il particolare prodotto tipico e l’atmosfera rilassata della sua Medina ne fanno una tappa obbligata del fricchettonismo internazionale. L’intera valle, che da qui parte,vive sulla produzione di hashish e non si deve aspettare molto prima di venirne in contatto: hola amico, italiano? Quieres fumar?
La scena e’ sempre uguale: ogniuno vanta con orgoglio una propria piantagione, un’antica fattoria di famiglia in cui ti vuole portare a fare un giro. Ne parlano come fossero vigneti delle Langhe, agriturismi dove vivere l’agreste vita del contadino di marijuana…”grazie mille ma dobbiamo fare ancora trentamila kilometri..”
Arriviamo durante una visita del Principe marocchino, un mezzo dittatore la cui foto campeggia ovunque. Inaugura una nuova infrastruttura idrica e tutta la zona pullula di polizia. Il contrasto con i mille vendiri di DROGA rende ridicolo ogni discorso sul suo traffico internazionale.
Sorrido. Chissà se il Principe fara’ visita alla “cantina sociale” ed onorerà la produzione locale facendo “due tiri” davanti alla telecamera?





Benvenuti nel continente

25 03 2010

Siamo sbarcati in Africa da quattro ore ed il risultato e’ questo: aspetto un italiano ed un regista spagnolo fuori dalla polizia centrale di Tangeri.
Benvenuti in africa! Forse non lo sapete,come noi, ma in Marocco e’ vietata qualsiasi ripresa video senza autorizzazione. Nacio e Valerio sono stati quindi portati in centrale in nostra assenza. Li hanno lasciati liberi dopo mille domande e dopo aver cancellato tutto il girato della giornata di sbarco.
L’attesa mi ricorda che per andare per il mondo bisogna conservare una giusta dose di paura per creare la sufficiente condizione di attenzione ed umiltà. In due parole bisogna “volare basso”.
Siamo sempre ospiti in un paese che ci fa il piacere di farci entrare. Se sia giusto o no, a voi la lunga discussione. Così e’.
Sorridere, salutare, dare la mano a volte non basta.
Ma non esiste teoria. Quel poco che ho imparato l’ho fatto a mie spese dopo mille figure di merda, dopo innumerevoli rischi inutili, situazioni che adesso eviterei.
Nonostante questo so che il percorso e’ infinito: rimaniamo comunque in balia degli eventi quando usciamo dal notstro ambiente. Qui qui sta la sfida, qui sta il bello del gioco.
E’ faticoso ma preferisco sfidare il disagio di una linea nuova che adagiarmi nella sicurezza di un ripetitivo abbonamento. (Speriamo che il controllore sia buono…)





Il tuffo

23 03 2010

Sono giornate di trasferimenti passate in macchina verso sud. Solo il tempo di regalare cento euro alla guardia civil per non llevar el cinturon. Per fortuna io lo avevo messo da poco…
Raggiungiamo Siviglia alle tre del mattino, giusto il tempo di riempirci i polmoni di aranci in fiore dopo i profumi di autostrada e gasolina. Non abbiamo il tempo per fare altro. La mattina seguente abbiamo appuntamento con l’addetto stampa del Cadice Calcio. Ci aspettano per registrare un’intervista al loro giocatore nigeriano che ci racconta la sua storia da Lagos attraverso il Sudafrica e la Francia. Ci lasciano del materiale per il progetto umanitario, foto, abbracci e la certezza di avere una squadra spagnola fatta di persone di cuore per cui tifare. Peccato stiano messi male in classifica…
Non c’è tempo per altro. Ci raggiunge Valerio, il quinto della spedizione che da Madrid ci porta i passaporti vistati Mauritania. Scappiamo a tarifa da cui partiremo domani per Tangeri. Dobbiamo rinunciare all’appuntamento col Siviglia, siamo in ritardo sulla tabella di marcia, l’Africa ci aspetta.
E’ come se fino adesso avessimo fatto le prove e domani iniziasse davvero la lunga discesa. Nel mio umile vocabolario di viaggio il momento e’ definito con una sola parola: il “tuffo”. Vediamo quanto e’ fredda l’acqua in zona.





Spagna primo amore

20 03 2010

Sono passati dodici anni dal primo viaggio in Spagna, una stagione travolgente che non scorderò mai. Da allora sono tornato più volte. Lavoro, piacere, brevi incursioni, fughe.
Ritrovo ora la dolce cantilena della lingua, parole che credevo denticate. Tutto ha un sapore nuovo come un libro riletto dopo tanto tempo che comunica nuove emozioni, nuovi pensieri.
Ma il viaggio che ci aspetta non lascia il tempo per nostalgici ricordi. Non ho voglia di guardarmi intorno, visitare qualcosa, vagare. Il nostro garage dista 20 metri del museo Reina Sofia. Non c’è tempo.
Oggi abbiamo iniziato le riprese del documentario di viaggio che ci seguirà. Una strana truppa di italospagnoli vagava per il centro con due vistosi fuoristrada ed una telecamera. Si aggiungono cosi’ alla squadra Valerio e Nacio, il nostro regista. Domani si parte davvero: visita al console italiano, ritiro dei visti all’ambasciata della Mauritania e poi via verso sud. Il tuffo.





Compleanno in tangenziale

19 03 2010

Si corre. Facciamo più di mille chilometri in dodici ore terrificanti. Raggiungiamo Madrid con la schiena rotta ma la tabella di marcia rispettata. Quasi mi dimentico che ritorno oggi in Spagna dopo tantissimo tempo. Ho tanti ricordi qua…ma ora e’ troppo tardi e sono stravolto.
Entro a Madrid guidando solo, seguendo gli altri. E’ l’una di notte, mi fanno cenno di affiancarli come spesso succede, forse per fare una foto. Abbiamo le radio scariche, non so cosa vogliano e devo abbassare al finestrino. Matteo urla: auguri!
Avevo rimosso che oggi e’ il mio compleanno, sono 34. Mi ricorderò di questi auguri sulla tangenziale di Madrid.
Svengo. Buonanotte.





Prima tappa: persi per la francia

18 03 2010

Dobbiamo fare trentamila km e dopo trecento stiamo seguendo improbabili rotte notturne in mezzo alla campagna francese. Un’imperturbabile voce femminile ci da indicazioni Fallaci che seguiamo fiduciosi come idioti felici solo dell’andare….il navigatore maledetto.
Saltato l’appuntamento con il barcellona calcio. Domani puntiamo dritto su Madrid.
Il primo giorno di viaggio e’ come un adolescente tante aspettative ma ancora non sa chi sara’. Avremo tempo per vederlo crescere.





Si parte

17 03 2010

Già, si parte.

Domani mattina carichiamo le ultime cose e via.

Vorrei provare a descrivere lo stato d’animo ma è molto difficile, forse un misto di ansia, timore, emozione eccitazione e tristezza.

Ringrazio chi ha seguito la “rotta di avvicinamento” e mi è stato vicino. Parrà strano ai più come il periodo precedente ad una partenza sia stato venato da tanti dubbi. E’ il mio modo di prendere il viaggio, perdonatemi. In più questo rappresenta una meta ambita della mia vita, una sfida da sempre accarezzata. So con certezza matematica che tra meno di 24 ore ritroverò il genuino e profondo piecere dell’andare.

Non credevo ma la “potenza del viaggio”, la capacità di cambiarti la vita, la possibilità che ci si concede nell’incontro con nuovo, l’accettazione della propria paura, partono prima della valigia. La mia ultima settimana farebbe da sola tutto il contenuto di un viaggio, l’unico veramente importante, quello personale, intimo, intorno a noi stessi.

Buon viaggio anche a voi

Pietro





Gli scuri del fortino

5 03 2010

Accampato nel mio fortino aspetto di partire. Non esco, non vedo nessuno, non vado nemmeno su FB casomai qualcuno avesse la brillane idea di chiedermi: “Allora, sei pronto per partire?”. Non è per cattiveria, scusatemi, ma è difficile starci dentro già da soli. Lo stato d’ansia crescente aumenta, quando sembra che tutti i casini della mia vita si siano dati appuntamento alla vigilia di questa partenza.

Andar via è una specie di lutto. Chiudiamo una porta e ne apriamo un’altra su una dimensione sconosciuta. Abbandoniamo un contesto e non sappiamo bene dove il nuovo ci proietterà. In questo c’è il bilanciamento delle forze della paura e del coraggio, la presa di coscenza di ciò che vorremmo dalla vita e delle conseguenze che questa scelta porterà. Più è importante la partenza, più è buia la destinazione e maggiore sarà il senso latente ed inspiegabile di lutto che il viaggio porterà.

Questo senso di tristezza fa parte del pacchetto e non è condivisibile. Con chi dividerai il tuo peso? Con chi ti invidia o con chi ti denigra?

Apro gli scuri del fortino: c’è il sole. Scioglierà un pò di paranoie da inverno torinese. Grazie Capo!





Con il colera nel frigo

2 03 2010

Il Colera costa 35,00 €, non ha nemeno un brutto sapore e va preso con il bicarbonato….sembra di bere una tequila “bum bum”. Va tenuto in frigo. Il mio è vuoto da tempo e la confezione di Dukoral campeggia sola a sfidare una cipolla antica che ancora non vuole morire. Con questo ultimo vaccino posso bere dalle pozzanghere e mordere i cani per strada: rabbia, tifo, meningite, febbre gialla, epatite a b c d e f, difterite e gli altri non me li ricordo. Il Lariam per la profilassi malarica lo passa la mutua, il resto lo offre l’asl se si va per missione umanitaria.

Fa male? I genere no, potrebe solo procurare delle soste più lunghe al cesso per le successive 24 ore….ma ancora mi devo fare la seconda dose, l’ultima e la cipolla tornerà regina del suo freddo regno.





menotredicid’ansia

1 03 2010

Inizia l’immersione. Aumenta l’ansia ed il gioco sta qui, starci dentro. La paura si legge nelle cronache dei paesi attraversati. E purtroppo non è retorica, bisogna stare in campana. Ho finito le mille vaccinazioni ma non c’è protezione che annulli questa sensazione previaggio. Nessuno vicino o lontano può capire, la condivisione si scontra o con lo scetticismo o con il fascino del sognatore. Sono solo.

La Mauritania potrebbe essere un problema ma solo nell’interno si legge. Più pericoloso è il delta del Niger, la RDC con la sua corruzione dilagante. la Farnesina indica anche il Ghana come instabile ma a me non risulta. Da evitare come la peste la Costa d’Avorio del nord ma il casino vero sarà in Angola. Recentissime le cronache di Cabinda dove i ribelli hanno sparato all nazionale del Togo….la lista è lunga e non indica il problema dei problemi che sono le rapine a danno delle spedizioni.

Basta così, ne abbiamo abbastanza no?





Preso male

22 02 2010

Che cazzo vi devo dire, è così. “Invidio chi mi invidia”, scrivevo qualche giorno fa. Sta diventando una partenza pesante, solitaria, gialla. Capisco sempre più come non siano i chilomentri e le distanze a fare il viaggio, come le imprese non siano fisiche, geografiche ma umane, forse psicologiche…..

Ma chi me lo fa fare? Non vedo l’ora di finire i preparativi e partire. Vedere il viaggio negli occhi, dimenticare i rischi, i casini, questo inverno freddo che non sembra finire più e lasciarsi trasportare dallo status di viandante. Sarà un mese…. di paranoia solitaria.





Febbre gialla a Torino

5 02 2010

Epatite, Tifo, Meningite, Rabbia, Tetano e Febbre Gialla. Ho fatto tutti questi vaccini insieme. Il medico mi aveva detto che forse mi sarebbe venuta un po’ di febbre….come non detto. 24 ore di agonia, poca febbre ma la sensazione di essere stato bastonato tutta la notte. Chissà se in città c’è qualcun’altro che combatte con tachipirina un male lontano, un male dei posti caldi mentre qui fuori nevica.

Ad ogni modo, manca un mesetto, non ci sono sponsor, devo cercare copertura assicurativa, non posso rischiare di stare senza. Ascolto in contunuazione questa canzone, la colonna sonora della febbre gialla a torino!





Chi mi guarda dall’alto?

1 02 2010

Ho sempre guardato in alto sapendo bene di avere chi controllava le mie mosse. Ma non è fede, non è misticismo. E’ un dato di fatto che ho imparato a riconoscere nel tempo. A volte non ci faccio nemmeno caso, anche quando le imbarazzanti casualità diventano miracolosi episodi in cui ne esco tutto intero.

Esco dalla città a vedere porzioni di cielo più ampie, guardo in alto e gli dico che forse “a sto giro” è meglio se chiama rinforzi…





Spari sul bus del Togo. Perchè?

11 01 2010

Da Repubblica: “Il pullman della nazionale del Togo, una delle 16 squadre impegnate da domenica prossima nella Coppa d’Africa, è stato raggiunto da colpi di mitra mentre attraversava la frontiera tra il Congo e l’Angola, il Paese dove si svolgerà la manifestazione”.

Perchè mai misteriosi guerriglieri indipendentisti sparano ai giocatori di calcio di una nazione distante migliaia di kilometri? Dalla maggior parte dei nostri media non viene spiegato.

Solo Euronews scrive : “Cabinda è ricca di petrolio: ne produce due milioni di barili al giorno, e per questo è soprannominata “Il Kuwait africano”. Per questo l’Angola non intende rinunciare alla propria sovranità sulla regione, occupata manu militari nel 1975, quando se ne andarono i colonizzatori portoghesi. Situazione poi riconosciuta negli accordi per l’indipendenza angolana, e dal ’75 Cabinda e i suoi 400.000 abitanti fanno dunque ufficialmente parte dell’Angola, benché geograficamente separati”.

Ecco un paio di link per capire meglio la situazione:

Wikipedia Cabinda

Wikipedia Storia dell’Angola

Articolo di Paolo di Lautrèamont (in cui si citano anche le aziende petrolifre italiane)

Qui sotto riporto un reportage giornalistico in inglese sull’Angola del 2005. Al minuto 17 si parla di Cabinda e del petrolio della Chevron.





Letture pre viaggio: Ebano

11 01 2010

da IBS

Viaggiatore curioso e acuto, Kapuscinski si cala nel continente africano e se ne lascia sommergere, rifuggendo tappe obbligate, stereotipi e luoghi comuni. Abita nelle case dei sobborghi più poveri, brulicanti di scarafaggi e schiacciate dal caldo, si ammala di tubercolosi e si fa curare negli ambulatori locali; rischia la morte per mano di un guerrigliero; ha paura e si dispera. Ma non rinuncia mai allo sguardo lucido e penetrante del reporter, all’affabulazione del narratore: che parlino di Amin Dada o della tragedia del Ruanda, di una giornata in un villaggio o della città di Lalibela, tassello dopo tassello le pagine di “Ebola” compongono il mosaico di un mondo carico di un’inquieta e violenta elettricità.





Verso il Capo – letture pre viaggio

8 01 2010

da IBS

Una traversata dell’Africa, attraversando il Sahara senza fuoristrada, affrontando le salite di fango rosso e scivoloso nel cuore della gungla su una bicicletta arrugginita, usando ogni genere di mezzo – camion, treni, merci, taxi, furgoni, traghetti, barchini – o andando a piedi e senza soldi per corrompere le autorità.





Prima bozza del percorso

3 01 2010




Letture previaggio

2 01 2010

Nel delirio dei saldi torinesi ricomincio la preparazione del viaggio. Solito studio delle librerie del centro a setacciare letture utili. Oggi la Feltrinelli di Piazza Castello offre questo interessante saggio. Ho bisogno di mettere un po’ di ordine nei conflitti africani ed iniziare la valutazione della pericolosità sociale degli Stati attraversati.

recensione IBS





L’utile e scomodo giocatore: la PAURA

29 12 2009

Il 2009 sta per finire ma non è ai bilanci del passato che penso ma al’imminente partenza. Mancano due mesi. So bene che sono pochi, pochissimi. Il lavoro da fare mi sembra immenso e so già che non potrò fare tutto, preparami come dovrei.

Il materiale da studiare è una massa di libri di cui ho letto solo il primo. Ma è solo l’inizio. Manca ancora molto: la pianficazione del percorso, la valutazione della pericolosità di ogni singolo territorio attraversato, le vaccinazioni e la preparazione dell’occorrente medico, un’infarinatura generale della meccanica dei mezzi, le atrezzature necessarie, le quantità di generi vari da portarsi dietro per tre mesi di viaggio e 33 mila kilmetri. Leggi il seguito di questo post »





Le mappe al muro

14 12 2009

Bisogna dare fisicità ai sogni, quano questi sono lontani dalla realtà. Da sempre le mappe ne sono una buona rappresentazione. Io sono un appassionato di cartine e sebbene da tempo sia arrivata “la mappa delle mappe” (Google Map) di cui sono un accanito fan (vedi il mio profilo pietro76), visualizzre tutto insieme un continente che si deve attraversare è utile per ricordarsi dove si deve andare.

Pietro





Letture: Storia dell’Africa

12 12 2009

Storia dell’Africa. Un continente fra antropologia, narrazione e memoria

Giusti Francesca; Sommella Vincenzo
In realtà non è il primo testo sul continente che leggo per il viaggio ma sicuramente è il testo più scolastico, un saggio che parte dall’origine dell’uomo, fino al periodo coloniale.

Questa la recensione IBS





Lo studio…

9 12 2009

Postazione di lavoro





Il dado e’ tratto

4 12 2009

Il passaggio dal Rubicone potrebbe sembrare liberatoria. Potrebbe ma non lo e’.
Il peso della responsabilità viene ampliati dalla necessita’ di riuscita, forse esagero, forse e’ il solo modo di lavorare per passione che conosco.
Ma oramai ho deciso, si parte a marzo, ho qualche mese per prepararmi, per preparare le persone intorno a me.
Riflettevo ieri sera di una implicazione non calcolata: Ogni viaggio ti cambia ma questa volta porterà una trasformazione importante.
Come tornerò? Chi sarò? Si dice che il cambiamento e’ sempre positivo.. Lo voglio sperare con tutto il cuore.
Ma un cambiamento di cui ho paura e’ il diventare un vero tossico di superviaggi come questo, riadattarsi alla normalita’ non sara’ facile….
Ad ogni modo il dado e’ tratto! E non si torna indietro
Pietro





Standed

2 12 2009

Quando non si può andare indietro e nemmeno avanti si sta così, standed. So cosa vuol dire partire, conosco bene la sensazione di quando sai di dover rimanere solo con il tuo biglietto in mano a dover affrontare un nuovo paese con la sua missione. Ma questa volta e’ diverso…
E’ grande l’avventura, pare enorme, sono 33 mila kilometri, una quindicina di paesi, tre mesi di viaggio continuo guidando due enormi fuoristrada…
Prendere una simile decisione fa paura solo nella sua valutazione teorica. Quella pratica terrorizza.
Ma più di ogni altra cosa quello che mi pesa e’ la solitudine. Non quella di viaggio ma adesso, che mancano un paio di mesi.
Quando decidi di intraprendere un viaggio simile ti trovi improvvisamente solo. Tutti per varie ragioni iniziano a dirti che stai facendo una cazzata… Non li giudico, so che nel bene e nel male io sono diverso.
Quello che mi manca e’ la condivisione di questo stato di incertezza, di timore, di preparazione di un sogno che pare assurdo.
Quello che davvero mi fa paura forse sono questi due mesi di preparazione solitaria, in cui il tuo assurdo lavoro consiste in un allenamento costante di corpo e mente per qualcosa che solo tu hai in testa.
E così a furia di pensarci mi ritrovo immobile, standed, in mezzo a questo fiume di pensieri e valutazioni, coperte da un enorme punto interrogativo che oltre al viaggio si allarga a tutto il mio futuro, alla mia vita.
Scopro ora una nuova classe di viaggio, superiore, pesante ed intensa. Ha di conseguenza un suo viaggio interiore anch’esso faticosissimo.
Ma come dice un amico “le cose facili le facciamo fare agli altri”.
Pietro





Prova da iphone

1 12 2009

Eccoci qua, faccio solo una prova per testare il mezzo….





Perchè il blog

1 12 2009

Inizio oggi una rotta lunga di avvicinamento ad una partenza importante: un viaggio di tre mesi da Torino al Sudfrica. Il blog voule quindi essere utile a chi scrive, una bacheca su cui segnare i mille spunti e pensieri che la preparazione di una traversata simile comporta.

Conto di aggiornare il blog da telefono e quindi non sempre i post potrebbero essere curati e completi nei loro contenuti.

La seconda e più profonda utilità è di nuvo mia: accettare una simile sfida è un percorso umano. Non è facile ed è quindi a volte utile scrivere le cose per poterle capire meglio.

Mettendomi dall’altra parte, mi sarebbe sempre piaciuto leggere che cosa prova un uomo nel periodo che precede una grande sfida, un grande viaggio. Le paure sono forse il primo sentimento, l’affrontarle è un racconto forse interessante.

Inizio a scriverle poi chissà……

Benvenuti e buon viaggio

Pietro