Togo 1960, il sogno tradito

29 04 2010

Entriamo in Togo il 27 aprile. Esattamante cinquant’anni fa, questa piccola colonia un tempo tedesca e poi francese, ottenne l’indipendenza. Come per quasi tutti gli stati dell’Africa occidentale, il 1960 rappresento’ la svolta e la speranza. Un’ondata d’entusiasmo attraverso’ tutto il continente: Senegal, Mali, burkina faso, mauritania, ghana, benin….sembrava intravedersi per tutti un futuro migliore, una nuova coscenza nazionale, il riconoscimento della libertà a lungo negata.
Per tutti la delusione fu la stessa. Gli europei mantennero lo sfruttamento dei settori più importanti delle economie nazionali in accordo con le élite locali a cui avevano concesso l’indipendenza. La sostituzione degli apparati amministrativi stranieri con personale locale impreparato porto’ disorganizzazione e corruzione bloccando le poche riforme tentate dai fragili governi. Lo sfruttamento delle risorse e delle relative concessioni arricchirono i governanti oltre ogni misura mente le condizioni generali della popolazione peggiorarono. Gli eserciti nazionali colsero il malcontento e presero il potere con colpi di stato più o meno violenti.
Rileggo la storia dei vari paesi africani fino agli anni 80 e puntualmente si ripete questo il modello. Cambiano le date, la dose di gerre e violenze ma su tutto ritorna il furto costante ai danni della gente comune.
Dopo cinquant’anni di ragionamenti, programmi e progetti siamo ancora qua, con i morti di fame per la strada in paesi stracolmi di risorse naturali. E’ fin troppo ovvio che c’e qualcosa che non torna.
Come se il mio viaggio attraversasse la storia africana, mi ritrovo, dopo il Senegal, in un altro anniversario d’indipendenza. Ne parlo con i giovani togolesi davanti al monumento che 50 anni fa celebrava la liberta’. Una specie di torre pacchiana e vagamente socialista, chiusa al pubblico, metafora d’i un’indipendenza che in pochi hanno potuto vivere in termini di miglioramento. Mi dicono che non c’è lavoro, non ci sono soldi. Il governo si arricchisce, il presidente Eyadema, figlio del precedente capo dello stato, bara alle elezioni e fa soldi a palate. Tutti lo sanno e non hanno paura a dirtelo chiaramente.
In una strana e dimessa processione, le famiglie vestite a festa fanno il giro del monumento. Tutto puo’ sembrare tranne che una festa. Forse abbiamo sbagliato posto, forse non e’ qua che i togolesi si stappano i capelli dalla gioia, drogati dal ricordo dalla libertà conquistata.
Facciamo le riprese del caso, faccio le foto del caso.
Seduto sul merciapiede guardo la gente passare. Sembra una festa a sorpresa mal riuscita quando gli amici si sono gia’ riuniti, hanno portato le bottiglie ma il festeggiato non c’è. Tutti insieme, un po imbarazzati fanno finta di nulla, abbracciano sconosciuti e brindiano a caso.
“la libertà va bene? ok brindiamo alla libertà”





Notti d’aria condizionata

26 04 2010

Inizia l’Africa nera, si scende nelle tenebre ed il cuore ne avverte il peso. L’umidita appesantisce il fisico e la mente vaga, lontano da noi stessi. Il mare che stiamo attraversando diventa burrascoso, l’esotico dell’immaginario si fa reale sotto il peso delle tonnellate della pioggia stagionale.
Si fatica a fare qualsiasi cosa, mantenere lo stato di volo del viaggio diventa più difficile. Rasente alla sopravvivenza, si mette mano al portafoglio per far tacere le scomodità infinite.
La vita intorno si fa man mano più misera, insicura, povera oltre il comune senso di indigenza. Noi, fortunati senza merito, solchiamo questa massa miserevole, come una barca a vela in una discarica, attraccando nei porti sicuri che profumano di retaggio coloniale. Solchi di differenze, barriere invisibili, nette linee di demarcazione tra ciò che e’ per tutto un continente e ciò che e’ per pochi.
Certo non posso illudermi di attraversare tutta l’Africa vivendo come si vive qui, sarei morto dopo due settimane. Ma la conquista dell’aria condizionata dopo un mese del calore desertico, mi toglie non solo l’umidita, forse anche un po’ di condivisione delle pene, delle fatiche, delle condizioni della gente di questi posti.
Avrò tempo per capire meglio, per entrare dentro il cuore dei posti, per superare queste velleita’ e tornare a stramaledire il salato sapore puzzolente del caldo d’Africa.
Per ora, guardo questa capitale, carica di aria umida, dagli oblò appannati della mia cabina, aspettando domani per tornare a nuotare in mare aperto. Mi consolo sapendo che verra’ un giorno in cui non avrò più bisogno di soste d’aria condizionata, ne di bombole d’ossigeno per esplorare liberamente i fondali più profondi di questo mondo.





NerviosAccra

26 04 2010

Accra e’ il solito delirio di capitale afrcana, squallida ed inquinata. Ci devo passare almeno tre notti e quindi eccomi qua. La prima giornata vola col gioco dell’ambascata: caccia al tesoro per la rappresentanza congolese in Ghana.
Mi ritrovo nel solito quartiere isolato e pulito dove sulla strada ci sono solo guardiani a protezione di piccoli stati in miniatura. Dai muri alti, oltre il filo spinato, svettano le bandiere nazionali e rigogliosi alberi in fiore che lasciano immaginare freschi giardini, silenziosi e profumati. Io sudo come un cammello a 38 gradi, maledicendo a turno tutto mondo diplomatico: nessuno sembra sapere che in africa esiste anche un Congo che non e’ l’ex Zaire. (pure voi congolesi da una parte e dall’altra: uno dei due per favore cambi nome…)
Mi vengono in mente Kapuscinski e Terzani quando nei loro lunghi soggiorni si ostinavano a voler risiedere in un quartiere vero, autentico, locale. Contro tutti i consigli degli altri occidentali e la loro disapprovazione si rifiutavano di abitare in questi paradisi artificiali. Terzani addirittura mandava i figli nelle scuole pubbliche evitando i college di diplomatici, funzionari, rappresentanti di multinazionali.
Ci vuole una certa resistenza a passare mesi o anni combattendo contro le mille cose che non funzionano in un normale quartiere di Accra, come di una qualsiasi altra capitale africana. Salta la luce, l’acqua non arriva o se arriva e’ sporca, difficile trovare qualcuno che ripari le cose e magari finisce che peggiora la situazione. Me ne accorgo io che qui non ci vivo, che passo pochi giorni in uno stesso posto, magari anche solo una notte: costantemente trovo qualcosa che non funziona. Ma non e’ una questione di efficenza ma di tempo: la dilatazione di quest’ultimo fa parte del paese, della gente, della mente. Ogni cosa qui ha bisogno di più tempo, ogni problema seppur piccolo non può essere risolto subito, adesso, oggi. Questo stile e’ talmente lontano dal nostro pensare che di solito si finisce incazzati neri ad odiare il continene intero.
Bisogna invece arrendersi, se non si puo’ fare oggi non importa, pazientemente bisogna collezionare informazioni, perché domani si possa fare. Prima si capisce questo meno si sklera. Calcolate il doppio o il triplo del tempo per fare qualsiasi cosa e scoprirete che non e’ vero che non funziona nulla, eravate voi ad avere fretta.
Ma per dirla tutta, in realtà, scrivo queste cose non tanto per descrivervi quanto io sia entrato in questa mistica pacifica mentalità ma per cercare di sopportare i ghanesi. Sara’ che sono anglofoni, che sono piu ricchi dell’area cfa franconona, sara’ l’umidita che rende tutti nervosi in mezzo al traffico… ma oggi ho mandato a quel paese almeno 20 persone, cercando l’officina Iveco.
Compiti di viaggio: rileggi questo post ogni mattina, prima di ogni partenza. Se ti trovi ad Accra leggilo ad ogni semaforo.





Burkina overload

25 04 2010

Il burkina faso e’ uno dei paesi più poveri del mondo, noi lo attraversiamo in due giorni, netti, con sosta a Ouagadougou, la capitale dal nome inpronunciabile. Dopo cinque paesi africani mi sembra di non avere più nulla da scrivere, gli occhi si abituano alle differenze, di km in km scendo nella classifica dei posti poveri.
Facciamo visita a Coach for Hope, ci accoglie Roma, un entusiasta 23enne, energico e vitale. Ci racconta della situazione del suo paese in relazione alla diffusione Aids. I programmi di sensibilizzazione sembrano funzionare, la percentuale dei sieropositivi si e’ abbassata ma sono ancora pochi quelli che fanno il test. Assistiamo all’allenamento, una specie di lezione in cui si mescolano le informazioni di prevenzione agli schemi calcistici. I ragazzi partecipano attivamente, rispondono, commentano. Sanno molto piu’ di me e soprattutto giocano meglio di me!
Palleggiano all’infinito tra di loro, senza scomporsi, io sudo come un inglese ubriaco a lloret de mar e dopo 10 minuti abbandono.
Scusate ma ho da fare qualche decina di migliaia di kilometri. So che ci andrebbe tempo, che bisognerebbe stare di piu’, parlare, conoscere, vedere, ma non abbiamo tempo. In ogni posto lascio mille cose sospese, mille aspetti da approfondire, mille domande a cui vorrei risposta.
Per il burkina e’ andata cosi’. Le immagini restano appese alle memoria solo grazie alle foto, i luoghi e le situazioni iniziano ad accavallarsi nella mia mente come se non ci fosse più spazio. Sapevo che sarebbe arrivato questo momento, ma credevo di poterlo contenere. Ed invece l’Africa straborda dalla mia mente, mescolando tutto in un unico sentimento di trasporto. Da qualche giorno combatto cercando di stare dietro ai kilomentri, alle informazioni, ai posti, alle situazioni. Non ce la si può fare. Tengo a malapena questi appunti travolto dalla contingenza dei momenti, dei problemi da risolvere, dalle decisioni da prendere, dalle preoccupazioni economiche, dalla stanchezza del corpo.
E’ qui che il viaggio pesa, che diventa duro. E’ qui che sta il casino, l’impresa. E’ in questi momenti che si cede, che si cade… e’ tutto qui.
Vado a svenire nel letto. Domani contro il Ghana sara’ un’altro giorno, un’altra partita.





A casa loro

24 04 2010

“I Dogon sono una popolazione africana del Mali. Questa popolazione, di circa 300.000 individui, occupa la regione della falesia di Bandiagara a sud del fiume Niger e alcuni gruppi sono stanziati nei territori attigui al Burkina Faso. I Dogon sono prevalentemente coltivatori di miglio e hanno una particolare abilità come fabbri e scultori…”  da Wikipedia

Arriviamo dai dogon in una stagione morta, nessun turista, nessun occidentale. Siamo solo noi e loro. Abbiamo anche una guida che non serve quasi a nulla, ma qui il turismo sembra l’unico entrata economica e così partecipiamo anche noi al terziario della zona.
Già il turismo…: uomini pallidi a far le foto a casa di scuri signori, a cercare l’esotismo da raccntare. Spesso e’ così. Ne parlo a lungo con la mia guida, mi racconta di progetti di sviluppo nati proprio dalla sensibilità dei visitatori: scuole, dispensari, etc.
Tutto bene quindi? Non proprio, i bambini hanno iniziato a chiedere piuttosto che aspettare di ricevere, gli anziani si incazzano con ambiziosi fotografi che non sanno dove stanno mettendo i piedi, ogni scatto si paga. La guida passa 5000 cfa ad ogni capovillaggio che fara’ di tutto perche’ un altro gruppo ritorni…
Piano piano inesorabilmente questo flusso annulla le differenze, la genuinità dei posti, della gente. Cosa fare quindi? Il discorso tutto positivo della guida non mi convince, e’ troppo di parte.
Ma l’illusione che i posti rimangano uguali per sempre e’ una stupida utopia. Ciò che a noi ricorda una purezza perduta, un antico rapporto con la natura, per altri e’ una vita di miseria che darebbero volentieri in cambio della tua.
Il rapporto non e’ facile. Difficile trovare una formula d’equilibrio onesta tra l’incontro di culture diverse e la conservazione della diversità.
Io cerco di stare basso, non fare casino, non fare troppe foto, non con tanti bambini, non alle donne. Evito i rapporti uno a mille, non do soldi, non metto nemmeno le mani in tasca, non bevo, non mangio. Chiedo prima di fare qualsiasi cosa, parcheggio lontano dalle case e spero che il mio aspetto non li induca a tentare di modificare il loro.
Dieci bambini mi seguono costantemente, attenti ad ogni mio movimento, espressione. Potrei godermi il panorama della falesia ed invece penso che forse, per loro, sarebbe meglio non fossi qua. Non so. Il posto e’ da mozzare il fiato, le antiche abitazioni dei Tellem, antica tribù antecdente ai dogon, stanno abbarbicate sulla parete a picco sulla pianura, sotto una vista infinita….ma le persone vengono prima dei posti.
Gli amici mi avevano raccomandato di fare tante foto, ma qui, dai Dogon, a casa loro, non ce la faccio. Scusate. Meglio dei miei scatti fara’ Panoramio, meglio delle mie informazioni fara’ Wikipedia.

Ps un saluto agli amici di viaggi solidali che mi seguono e che mettono questi temi al cento del loro lavoro e dei loro viaggi. http://www.viaggisolidali.it





In Africa c’e’ sempre casino

23 04 2010

Casino positivo pero’. E’ un flusso costante di attività umane. Ovunque, parole, saluti, strette di mano, sorrisi, macchine, moto, muli, carri, pecore, polli, fumi, odori, clacson e buche.
Ma se anche ti sembra di arrivare in un posto tranquillo in meno di un minuto sentirai qualcuno che ti chiama, ti chiede chi sei e dove vai.
Non hai scampo. Ripeto decine di volte al giorno da dove vengo e come mi chiamo. Tutti vogliono sapere, scambiare due parole anche se conoscono poco le lingue. L’importante e’ parlare, non esiste che te ne stai seduto solo da qualche parte: arriveranno tutti prima o poi a dirti qualsiasi cosa.
Dopo un po di navigazione in queto flusso ti sembra di conosceli tutti. Sento il mio nome, come un eco per la strada, si alzano le mani riflesse nello specchietto, chissà chi era… Mi fermo dal benzinaio e scopro che sa già tutto di noi. Mi saluta energicamente un camionista, come avesse trovato il vicino di casa al polo nord. Pedro, come stai? Ed in effetti lo conosco….
Un fiume in piena a chi non puoi sottrarti. Sembra che tutta l’Africa si conosca di persona e sia li che aspetta te, sul ciglio della strada, solo per dirti buongiono come stai.
A volte diventa stressante, bisogna farci l’abitudine, ma alla fine sono gli incontri che fanno la storia. Inesorabilmente mi arrendo, abbandono l’allerta da viaggio, sorrido al sorriso e anche se devo andare, spengo il motore e lascio che la barca vada.
E’ uno stato difficile da raccontare. Lo stesso mio scivere in mezzo a questo flusso trascinante e’ come ricevere una telefonata dalla mamma quando sei ubriaco da giancarlo. Anche se tu concentri e’ dura raccontagli come stai….





Persi

22 04 2010

Siamo su una pista lontani dalla strada in mezzo al deserto. Il gps si pegne improvvisamente. L’aria e’ piena di sabbia, non si vede il sole, non si vede molto altro per la verità. Manca un’ora al tramonto, non sappiamo dove siamo.
La prossima città e’ troppo lontana e non sappiamo bene dove sia. Ho solo il gps dell’iPhone senza mappe, solo le coordinate. Traccio rette sulla cartina come un marinaio del settecento. Sale un po’ di panico, ci sono 45 gradi e non abbiamo aria condizionata. L’acqua che credevamo sufficente diventa scarsissima a queste temperature. Il buio inghiotte tutto, inutile proseguire.
Mangiamo qualche scatola, siamo distrutti dal caldo e dalla sabbia che respiriamo costantemente da 24 ore. L’acqua non basta mai a saziare la sete, beviamo ma sappiamo che non basterà. Ci fermiamo a due bottiglie che conserviamo fino al mattino. Ma fa troppo caldo. Sappiamo che avremo sete. Sono le otto di sera, a noi paiono le tre del mattino. Facciamo finta di andare a dormire. Dobbiamo aspettare l’alba verso le cinque. Chiudiamo a chiave la macchina, ma sappiamo che i ladri siamo noi, ladri d’acqua. Io conservo una piccola scorta, e’ bollente, succhio ogni goccia per le prime due ore, la divido con Nacio che inizia a sbroccare. Fa troppo caldo, la tenda e’ un forno ma ci sono troppi insetti, per dormire fuori. Non si respira e quel che entra nei naso e’ carico di sabbia. Darei un dito per una coca gelata.
Nacio non ce la fa più, chiede la scorta. Non si può. Bestemmie in spagnolo volano nella notte. Dobbiamo cercare di non ucciderci a vicenda. Mancano poche ore, bisogna star calmi.
Sappiamo che ce la faremo, sappiamo che entro 15 ore berremo birra gelata, eppure lo stesso qualcuno perde colpi sotto le richieste del fisico.
Riprendiamo la via, siamo distrutti. Un camion e’ fermo sulla strada, in mezzo al nulla. Faccio fatica a ricordarlo ma e’ lo stesso che abbiamo incontrato in andata. Gli avevamo dato qualcosa da mangiare e da bere. Ripartendo faccio il calcolo: sono tre giorni che sono fermi la, eppure sorridono e ci ringraziano anche se abbiamo potuto fare nulla. Chissà quanto tempo aspetteranno in quelle condizioni…
Sto zitto e penso.
Eccolo qua il “viaggio” che ti prende per il culo: pensi di aver passato un girone infernale mentre scopri che e’ stato un gioco da villaggio turistico.
Eccoti la birra, hai passato la prova.