Trailer del documentario di viaggio

31 05 2010

Pietro su facebook





Angola, si vola

31 05 2010

E di botto si ricomincia a volare. L’Angola ci regala mare e paesaggi meravigliosi, dal francese passiamo al portoghese, di colpo l’atmosfera torna calda mentre si abbassa la temperatura. Gli angolani sono accoglienti, gentili e sorridenti. Le donne belle, la lingua solare e sinuosa.
In ventiquattro ore torniamo a godere del viaggio, a planare dolcemente, a riprendere lo stato di volo.
Atterriamo a Luanda, in mezzo ai grattacieli, luci, cantieri ovunque, sembra di stare a Dubai. Avevo letto dell’incredibile sviluppo dell’Angola ma non avrei mai immaginato tanta speculazione. La fine della guerra civile nel 2002 ed il petrolio da sempre abbondante, hanno attirato investimenti da tutto il mondo ed i portoghesi sono ritornati nel paese insieme ai cinesi e brasiliani.
Ma mentre Luanda sembra Singapore, il resto del paese non e’ interamente collegato da strade asfaltate. In capitale si viaggia in Maserati, fuori si va a piedi. E’ chiaro che i soldi fanno fatica a spostarsi dalle centinaia di banche del centro.
Seguendo le indicazioni di un amico motociclista ci ritroviamo a dormire al Club Nautico di Luanda. Piazziamo la tenda direttamente sul pontile accanto alla barche. Di fronte a noi si stende una baia enorme che riflette le luci dei modernissimi palazzi.
E’ notte, con i piedi a mollo guardo il posto più ricco d’Africa, in uno dei paesi meno sviluppati. Luanda e’ il simbolo della contraddizioni del continente: ricchissimo di risorse, in uno stato povero, carissimo e misero. La benzina costa 0,25 € al litro, una stanza d’albergo media 150 $, un pacchetto di sigarette 50 centesimi. I prezzi qui non hanno senso, i megalberghi sono mezzi vuoti, un’economia pompata dal petrolio e dalle speculazioni immobiliari sta rendendo il paese difficile per i suoi stessi abitanti: affittare una casa in capitale costa 14 mila € al mese. Sembra che alcune ONG internazionali stiano scappando dal paese proprio per questo motivo. Solo chi lavora nella filiera del petrolio può permettersi questi costi esagerati. Ne incontro tanti, sembra non vi sia altra risorsa in Angola, sembra che tutti quelli a bordo di grossi fuoristrada siano legati all’oro nero. E i macchinoni qui sono centinaia. Tutti gi altri vanno in bicicletta.
Questa frettolosa ed iniqua rinascita economica e’ stata celebrata con la Coppa d’Africa ospitata quest’anno proprio in Angola. Ma la festa e’ stata rovinata dall’attentato alla nazionale togolese a Cabinda. La pace raggiunta nel 2002 con i ribelli UNITA alla morte del loro leader, non ha riguardato questa enclave separata dal resto del paese per permettere al Congo RD di avere un accesso al mare. E così che da sempre questa regione vive una storia a parte, rivendica più autonomia ed il controllo degli enormi giacimenti di petrolio scoperti negli anni 80.
Il petrolio ancora petrolio, porta soldi e casini, calcio e morte.

Sorrido guardando il benzinaio che mi fa il pieno…..siamo a secco e non possiamo che riempire il serbatoio di questo liquido demoniaco. Il visto di transito dura appena cinque giorni e bisogna ripartire.
Lobito, Benguela, Lubanga, la costa a sud di Luanda e’ un documentario paesaggistico dal vivo. Corriamo ai cento all’ora verso la Namibia in un saliscendi infinito, ad ogni curva un panorama, ad ogni nuovo kilometro un quadro bellissimo colorato dal tramonto.
Dopo tanti posti difficili e’ impossibile descrivere lo stato di leggerezza e di gioia.
Suona la radio, l’anima si spande, i pensieri si mischiano alle emozioni e si torna a volare. Spero un giorno di poterlo fare senza benzina.





La valigia dei sogni

30 05 2010

Il gusto del viaggio ha tante forme e svariate origini. Può essere desiderio di liberta’ o pura collezione di visti esotici. A volte si fa fuga a volte diventa ricerca.
Io, mi accorgo ora, sono stato educato al viaggio fin da piccolo, come qualcosa di affascinante e misterioso, avventuroso ed estremamente serio. Ho vissuto i viaggi di lavoro di mio padre come una doppia festa: l’assenza di uno dei genitori dava in casa un senso di allegra anarchia mentre l’arrivo di una valigia carica di racconti mi faceva sgranare gli occhi e vibrare le orecchie.
Cina, Sudafrica, Brasile, Stati Uniti…Ogni volta una festa annunciata, un carico di profumi, di incontri, di lingue strane e di luoghi remoti. Come una specie di rito, aprivo quella valigia tanto attesa, eccitato come solo un bambino puo’ esserlo. Ogni oggetto mi veniva spiegato, ogni pezzo aveva una sua storia, un racconto, una qualche avventura seppur piccola che a me spalancava frontiere lontane dall’orizzonte quotidiano della mia strada.
Partenza dopo partenza l’aeroporto diveniva per me la porta d’accesso a quel mondo, un luogo sacro, accessibile solo in parte. Ricordo come fosse ieri quando finalmente anche io ho avuto il privilegio di oltrepassare la dogana ed entrare in quello che oramai per me era un santuario, porta di nuovi mondi oltre il mio.
Finalmente avevo il mio passaporto, anche io potevo partire ma la lezione sul viaggio non era finita: arrivo dopo arrivo, venivo sfidado da mio padre in una gara di cultura generale sul paese visitato. La sconfitta era inesorabile, difficile competere, ma aveva un significato: non bastano le carte d’imbarco, bisogna comprendere l’essenza del paese, studiarne la storia, viverne la cultura, parlare con la gente.
E così che mi ritrovo qui, un po’ più vecchio, a scrivere d’Africa e a preferire viaggi faticosi, anziche’ prenotare a Benidorm. Senza accorgermene ho assorbito quello stesso stile di viaggio, un gusto curioso dal fascino irresistibile che e’ partito da quella valigia carica di storie e da quella sfida che pian piano ho iniziato a vincere.
Passero’ il testimone sapendo bene che il fine ultimo non e’ vincere una gara ma, per quanto possibile, capire il mondo oltre l’orizzonte dei nostri confini.





Matadi, cuore di tenebra

29 05 2010

Siamo in ballo da due mesi e mezzo, ventimila kilometri, quattordici paesi. Si potrebbe pensare che la difficolta’ principale di un viaggio cosi’ lungo riguardi la fatica, lo stress di essere costantente in giro, il peso dei kilometri. Ma il problema vero non e’ tanto l’andare ma il fermarsi.
Arriviamo a Matadi con la speranza di poter fare i visti angolani in un giorno solo, magari due. Ma la procedura e’ lunga, costosa ed in mezzo c’è una festa nazionale. Non possiamo fare nulla se non aspettare.
Senza saperlo iniziamo a scendere, piano piano, inesorabilmente.
I giorni si ripetono tutti uguali, un loop continuo che semba non avere fine. Passiamo al consolato, mangiamo omelette al mercato, rispondiamo alle mail, vaghiamo per il centro. In città non c’è nulla, solo il fiume Congo, immenso, lento come tutto. Rallentiamo il viaggio, i pensieri, le parole. Lentamente si scende in basso, senza kilometri rimaniamo persi, non più capaci di fare altro. Prigionieri senza passaporto, iniziamo a cadere in uno stato di vuoto.
Il consolato ritarda, forse i visti saranno pronti per domani, poi domani, poi domani…. Cerhiamo di resistere: andiamo allo stadio, a vedere la partita scortati dalla polizia. Uno a uno, l’arbistro fischia la fine, usciamo. Del calcio congolese non ci frega nulla, la mente rimane prigioniera: consolato, omelette, Internet, Congo.
I visti non sono pronti. Forse domani…
La mente cede ed inizia ad immaginare percorsi di fuga, progettare rimpatri. Di colpo il peso di tutti i kilometri viene a galla insieme alle incomprensioni tra di noi. Sfioriamo la rissa.
Non si vede via d’uscita, siamo al limite. Inizio a scrivere una lonely planet per i prigionieri di matadi, cosa fare, cosa vedere, dove andare per non impazzire.
Sogno di essere tornato a casa, apro gli occhi e sono ancora qua, il ventilatore frulla sopra la zanzariera, ancora matadi, consolato, omelette, Internet, centro, birra. Quant’e che sono qui, sei mesi?
Non so che giorno e’, non so piu’ dove, forse devo restare qui per sempre, magari e’ destino, mi tocchera’ aprire una pizzeria a Matadi….
In equilibrio precario sopra la follia, aspettiamo le quattro del pomeriggio, il caldo umido ci soffoca qualsiasi speranza, forse i visti saranno pronti, forse….Non ci parliamo più, ogniuno vaga per la città, come se vivesse qui da sempre, la gente ci riconosce per la strada, gli zombi Italiani.
Ore 16.30, faccio fatica a riconoscere la luce in fondo al tunnel, osservo il mio visto come un francobollo raro tanto atteso da un fanatico collezionista. Usciamo dal consolato come se uscissimo di prigione, abbiamo scontato qualche pena, abbiamo resistito in qualche modo, forse dovevamo toccare il fondo, per fortuna non ci siamo uccisi a vicenda.
Sorrido ripensandoci.
Ora l’oceano si apre intorno a me. E’ stato il momento più allucinante del viaggio. Io avevo già deciso di continuare solo, forse di tornare ma e’ bastato passare la frontiera, lasciare la foresta, l’umidita, e quel fiume ipnotico per vedere oltre. Diretti, senza soste, siamo scappati verso ovest, le valli aperte che scendono dolci e serene fino al mare dell’Angola. E’ buio, il mare e’ una visione paradisiaca di libertà e di salvezza. Spiaiaggiamo come naufraghi, ce l’abbiamo fatta.
L’aria e’ fresca, carica di odore del mare, il cielo immenso, l’orizzonte aperto, torniamo a controllare la mente. Stiamo li, a goderci l’atmosfera, a pensare, aria fresca a sciaquarci la mente.
Solo ora capisco quanto siamo andati in fondo, in basso, vicini al confine.
Ora che sento il freddo della notte, ora che l’aria e’ libera capisco perché il viaggio mi sperso in mezzo al Congo, all’Africa, a me stesso.
Ricordero’ per sempre Matadi, ma senza più odiarla: la mia parte scura della luna, il posto meno noto di noi stessi.





Risorse del viaggio

19 05 2010

E’ online una nuova puntata del podcast da Congo, ma stavolta l’oggetto della discussione sono le tecnolgie del viaggio: in particolare, la recensione sull’uso di iphone in viaggio: Sudafricast 10 – in viaggio con l\’iphone

Per tutti quelli che ancora non le hanno ancora viste, andate a vedere tutte le foto del viaggio su Picasa





Di Congo in Congo

18 05 2010

Brazavillle si affaccia proprio di fronte a Kinshasa, da un parte la Repubblica del Congo, dall’altra la Repubblica Democratica del Congo, in mezzo il fiume….Congo. Potrebbe sembrare tutto uguale ed invece l’acqua separa due universi ben distinti.
Me ne accorgo subito appena arrivato in dogana. Di colpo entro in una dimensione parallela, scendo in un girone infernale in cui Caronte ha la faccia un po’ più scura, la barca non e’ a remi ma più o meno e’ come in quella storia la’ della “selva oscura…”
Siccome i portatori di handicap pagano meno il traghetto, si genera una particolare economia di sfruttamento delle disgrazie altrui. Le carrozzine sono elaborate fino a diventare grossi carri che vengono caricati all’inverosimile. Il “portatore di sconto”, magari zoppo o menomato, e’ solo il mezzo per pagare di meno il trasporto delle merci tra le due sponde del fiume.
La scena e’ dura come cazzotto in pancia. E’ una massa brulicante in cui mancano braccia e gambe. Chi striscia per terra, chi arranca nella polvere sperando di guadagnare qualcosa da una traversata in traghetto seduto su montagne di scatoloni. All’arrivo del ferry si scatena l’inferno: centinaia di persone sbarcano ogniuno con un carico sulla testa. Corrono scappando tra le carrozzine che arrancano sotto il peso di enormi pacchi. Non c’è più direzione, non c’è più pietà, e’ una battaglia delirante in cui poliziotti e guardie menano botte da orbi. La folla si allarga ai solchi delle frustate, si fugge, forse un ladro… Viene trascinato lontano a calci, portato via per i capelli, chissà dove, chissà perché, chissà come finirà…
E’ normale, ogni giorno e’ così mi dicono, ” e’ il Congo, e’ l’Africa….”
Tutti urlano, spingono e sudano in mezzo a questa quotidiana situazione di caos in cui mi devo infilare io,
con un fuoristrada enorme. Non vedo chi ho sotto le ruote mentre un agente sbrigativo mi fa segno di non badare troppo agli altri e di farmi strada a forza. E’ come parcheggiare un carroarmato sul prato di uno stadio durante un concerto di Vasco. Sudo freddo cantando albachiara…
A bordo non c’è un centimetro libero, si passa strisciando gli uni sugli altri. Per mantenere lo spazio vitale si deve combattere e magari prendersi una bastonata. Tutto normale. Lo si legge chiaro sulla faccia delle signore anziane che siedono di fronte a me: spiando i miei occhi e ridono del mio stupore. “e’ il Congo..” mi dicono.
Vorrei scendere ma non ho lo spazio per aprire la portiera, esco dal finestrino ma lo stesso non riesco a vedere il fiume. Il termometro supera i 40, umido, ma nessuno sta fermo, chi vende chi compra, chi mena qualcun’altro.
E’ oramai buio quando arriviamo, Matteo parte per la battaglia di dogana e immigrazione, io faccio l’ufficio sanità. Si presentano pronti con l’attrezzo che da noi serve per dare il verderame sulle vigne: vorrebbero disinfettarmi i fuoristrada! Gia’, come se arrivassimo da un paese piu sporco del loro….Nessuno dice nulla. Contro questi nemmeno combattiamo. Saliamo in macchina e ce ne andiamo senza il ramato.
Entriamo in città ma non abbiamo alcuna indicazione. Le strade sono buie. Sembra che abbiano bombardato da poco, l’asfalto e’ una striscia precaria tra una buca e l’altra. Ho l’impressione di essere sbarcato in un paese senza autorità, stato, ordine alcuno. Scoprirò in fretta che non mi sono sbagliato di molto.

Troviamo una sistemazione, scende il livello di guardia, la mente si difende nascondendo le immagini registrate dal cervello. Al fresco di un fortunato giardino, di un riparato fortino, penso.
In viaggio ci sono momenti in cui la sopravvivenza prende il sopravvento e diventa battaglia. Sai che comunque vada dovrai passare oltre; il filtro delle esperienze passate fa la media con le immagini recenti e soppesa in un attimo se il pericolo e’ oltre il livello di guardia. Non si può fare altro. Non ci si può fermare, non si ha il tempo di provare pietà.
Ma appena scende l’emergenza, ti rendi conto che esiste un’umanita che conosce una vita fatta solo di giornate così: in emergenza appunto. Ogni giorno e’ una lotta per mantenere la sopravvivenza, una guerra in cui non c’è solidarietà tra commilitoni, si nuota a dorso per non affogare sperando ogni tanto di trovare una boa.
Capisco solo ora il cinismo degli occidentali che qui ci vivono. Oltre la frontiera delle loro case di filo spinato e guardie alla porta, c’è qualche milione di domande senza risposta. La mente si rifugia negli stereotipi per non impazzire, per lasciare la coscenza libera dai sensi di colpa per una vita troppo fortunata, ai più irraggiungibile.

Ps: non ho foto di questa giornata se non queste prima del traghetto: grigliata in dogana…





Giornata tipo

15 05 2010

L’idea di un viaggio overland per i mondiali sudafricani non e’ solo nostra. Il tempo stringe e penso troveremo tutti gli altri viaggiatori a Matadi sul confine Congo-Angola. Intanto Iniziamo a raccogliere il primo compagni d’avventura: Jhon, motociclista di Birmingham. Condividiamo con lui il lungo tratto di pista che porta da Franceville (Gabon) fino al confine con il Congo Brazaville. La strada offre un panorama spettacolare, una successione infinita di verdi vallate. Siamo fortunati e non piove da tempo per cui la pista e’ praticabile. Non abbiamo grossi problemi a parte il caldo umido e le forature della moto di Jhon. Incrociamo le riprese di un film di produzione Franco gabonese che gira in un canyon a pochi kilometri dal confine. Racconto al truccoeparrucco per la millesima volta cosa ci facciamo qui, dove stiamo andando, perché.
Già perché?…una lunga storia ma inserisco il pilota automatico e racconto a tutti la copertina del deplian di viaggio.
Alla fine gli incontri che rimangono sono quelli con cui si condivide un pezzo di strada, un po’ come nella vita. Avere per poco un obiettivo comune, rende subito solidali, come se in una gara l’obiettivo non fosse arrivare primi ma arrivare tutti.
E così evito di raccontare a Jhon cosa e’ successo giusto un giorno prima, ripariamo tre volte le sue ruote sotto un sole umido incandescente. Alla quarta deve abbandonare il mezzo: lo ricovera dal capo di un piccolo villaggio quando già abbiamo passato la frontiera congolese.
Ormai la tabella giornaliera oltre a quella di tutto il viaggio, e’ andata a p…ne. Arriviamo che oramai e’ buio, cerco un tale Michel che non conosco ma qualcuno mi ha detto che potrebbe darci da dormire. In realtà scopro che non e’ un hotel quello in cui siamo finiti ma la base di una società tedesca che controlla e dirige i lavori dei cinesi. Fanno una lunga strada e Michel e’ il capo. Oramai distrutti potremmo dormire ovunque ed invece alla fine ci ritroviamo ospiti a casa sua: aria condizionata in mezzo alla foresta. Do lezioni a Roger, il suo cuoco, e preparo il piatto nazionale. Non ricordo nemmeno più dove ho dormito la scorsa notte, quanti casini abbiamo passato oggi. So solo che ci ritroviamo a mangiare pasta e a bere vino conversando d’Africa con un ingegnere francese di marrakesh in un luogo sperduto del Congo di cui ignoro il nome.
Tutti i giorni sono così: senza passato, nemmeno quello prossimo, c’è solo presente ed un po’ di futuro segnato sulla cartina.
Rimaniamo a discutere del mondo francofono africano, del nuovo re marocchino e soprattutto dei cinesi in Africa. Trovo mille conferme a quello che già sapevo ma Michel smentisce i sondaggi che ho letto su Jeunes Afrique di qualche settimana fa. I congolesi non amano i cinesi ed anzi li reputano dei nuovi schiavisti. Ma questo e’ un altro discorso.
Il vino fa il suo effetto, non ricordo la giornata ma la sento. Svengo.
Mi rimane l’impressione che alla fine conti solo lo spirito: non ci sono mappe, non ci sono gps, non servono grandi cose. Arrivare aperti e generosi con il prossimo in viaggio apre porte sconosciute, non consequenziali, inaspettate.
Non amo fare il mistico ma parlare di casualità in un viaggio simile e’ come andare al cinema con gli occhiali da sole al posto dei 3D. Il film lo hai visto, puoi dire anche la tua ma, fratello, non hai proprio capito…..