Di Congo in Congo

18 05 2010

Brazavillle si affaccia proprio di fronte a Kinshasa, da un parte la Repubblica del Congo, dall’altra la Repubblica Democratica del Congo, in mezzo il fiume….Congo. Potrebbe sembrare tutto uguale ed invece l’acqua separa due universi ben distinti.
Me ne accorgo subito appena arrivato in dogana. Di colpo entro in una dimensione parallela, scendo in un girone infernale in cui Caronte ha la faccia un po’ più scura, la barca non e’ a remi ma più o meno e’ come in quella storia la’ della “selva oscura…”
Siccome i portatori di handicap pagano meno il traghetto, si genera una particolare economia di sfruttamento delle disgrazie altrui. Le carrozzine sono elaborate fino a diventare grossi carri che vengono caricati all’inverosimile. Il “portatore di sconto”, magari zoppo o menomato, e’ solo il mezzo per pagare di meno il trasporto delle merci tra le due sponde del fiume.
La scena e’ dura come cazzotto in pancia. E’ una massa brulicante in cui mancano braccia e gambe. Chi striscia per terra, chi arranca nella polvere sperando di guadagnare qualcosa da una traversata in traghetto seduto su montagne di scatoloni. All’arrivo del ferry si scatena l’inferno: centinaia di persone sbarcano ogniuno con un carico sulla testa. Corrono scappando tra le carrozzine che arrancano sotto il peso di enormi pacchi. Non c’è più direzione, non c’è più pietà, e’ una battaglia delirante in cui poliziotti e guardie menano botte da orbi. La folla si allarga ai solchi delle frustate, si fugge, forse un ladro… Viene trascinato lontano a calci, portato via per i capelli, chissà dove, chissà perché, chissà come finirà…
E’ normale, ogni giorno e’ così mi dicono, ” e’ il Congo, e’ l’Africa….”
Tutti urlano, spingono e sudano in mezzo a questa quotidiana situazione di caos in cui mi devo infilare io,
con un fuoristrada enorme. Non vedo chi ho sotto le ruote mentre un agente sbrigativo mi fa segno di non badare troppo agli altri e di farmi strada a forza. E’ come parcheggiare un carroarmato sul prato di uno stadio durante un concerto di Vasco. Sudo freddo cantando albachiara…
A bordo non c’è un centimetro libero, si passa strisciando gli uni sugli altri. Per mantenere lo spazio vitale si deve combattere e magari prendersi una bastonata. Tutto normale. Lo si legge chiaro sulla faccia delle signore anziane che siedono di fronte a me: spiando i miei occhi e ridono del mio stupore. “e’ il Congo..” mi dicono.
Vorrei scendere ma non ho lo spazio per aprire la portiera, esco dal finestrino ma lo stesso non riesco a vedere il fiume. Il termometro supera i 40, umido, ma nessuno sta fermo, chi vende chi compra, chi mena qualcun’altro.
E’ oramai buio quando arriviamo, Matteo parte per la battaglia di dogana e immigrazione, io faccio l’ufficio sanità. Si presentano pronti con l’attrezzo che da noi serve per dare il verderame sulle vigne: vorrebbero disinfettarmi i fuoristrada! Gia’, come se arrivassimo da un paese piu sporco del loro….Nessuno dice nulla. Contro questi nemmeno combattiamo. Saliamo in macchina e ce ne andiamo senza il ramato.
Entriamo in città ma non abbiamo alcuna indicazione. Le strade sono buie. Sembra che abbiano bombardato da poco, l’asfalto e’ una striscia precaria tra una buca e l’altra. Ho l’impressione di essere sbarcato in un paese senza autorità, stato, ordine alcuno. Scoprirò in fretta che non mi sono sbagliato di molto.

Troviamo una sistemazione, scende il livello di guardia, la mente si difende nascondendo le immagini registrate dal cervello. Al fresco di un fortunato giardino, di un riparato fortino, penso.
In viaggio ci sono momenti in cui la sopravvivenza prende il sopravvento e diventa battaglia. Sai che comunque vada dovrai passare oltre; il filtro delle esperienze passate fa la media con le immagini recenti e soppesa in un attimo se il pericolo e’ oltre il livello di guardia. Non si può fare altro. Non ci si può fermare, non si ha il tempo di provare pietà.
Ma appena scende l’emergenza, ti rendi conto che esiste un’umanita che conosce una vita fatta solo di giornate così: in emergenza appunto. Ogni giorno e’ una lotta per mantenere la sopravvivenza, una guerra in cui non c’è solidarietà tra commilitoni, si nuota a dorso per non affogare sperando ogni tanto di trovare una boa.
Capisco solo ora il cinismo degli occidentali che qui ci vivono. Oltre la frontiera delle loro case di filo spinato e guardie alla porta, c’è qualche milione di domande senza risposta. La mente si rifugia negli stereotipi per non impazzire, per lasciare la coscenza libera dai sensi di colpa per una vita troppo fortunata, ai più irraggiungibile.

Ps: non ho foto di questa giornata se non queste prima del traghetto: grigliata in dogana…

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Giornata tipo

15 05 2010

L’idea di un viaggio overland per i mondiali sudafricani non e’ solo nostra. Il tempo stringe e penso troveremo tutti gli altri viaggiatori a Matadi sul confine Congo-Angola. Intanto Iniziamo a raccogliere il primo compagni d’avventura: Jhon, motociclista di Birmingham. Condividiamo con lui il lungo tratto di pista che porta da Franceville (Gabon) fino al confine con il Congo Brazaville. La strada offre un panorama spettacolare, una successione infinita di verdi vallate. Siamo fortunati e non piove da tempo per cui la pista e’ praticabile. Non abbiamo grossi problemi a parte il caldo umido e le forature della moto di Jhon. Incrociamo le riprese di un film di produzione Franco gabonese che gira in un canyon a pochi kilometri dal confine. Racconto al truccoeparrucco per la millesima volta cosa ci facciamo qui, dove stiamo andando, perché.
Già perché?…una lunga storia ma inserisco il pilota automatico e racconto a tutti la copertina del deplian di viaggio.
Alla fine gli incontri che rimangono sono quelli con cui si condivide un pezzo di strada, un po’ come nella vita. Avere per poco un obiettivo comune, rende subito solidali, come se in una gara l’obiettivo non fosse arrivare primi ma arrivare tutti.
E così evito di raccontare a Jhon cosa e’ successo giusto un giorno prima, ripariamo tre volte le sue ruote sotto un sole umido incandescente. Alla quarta deve abbandonare il mezzo: lo ricovera dal capo di un piccolo villaggio quando già abbiamo passato la frontiera congolese.
Ormai la tabella giornaliera oltre a quella di tutto il viaggio, e’ andata a p…ne. Arriviamo che oramai e’ buio, cerco un tale Michel che non conosco ma qualcuno mi ha detto che potrebbe darci da dormire. In realtà scopro che non e’ un hotel quello in cui siamo finiti ma la base di una società tedesca che controlla e dirige i lavori dei cinesi. Fanno una lunga strada e Michel e’ il capo. Oramai distrutti potremmo dormire ovunque ed invece alla fine ci ritroviamo ospiti a casa sua: aria condizionata in mezzo alla foresta. Do lezioni a Roger, il suo cuoco, e preparo il piatto nazionale. Non ricordo nemmeno più dove ho dormito la scorsa notte, quanti casini abbiamo passato oggi. So solo che ci ritroviamo a mangiare pasta e a bere vino conversando d’Africa con un ingegnere francese di marrakesh in un luogo sperduto del Congo di cui ignoro il nome.
Tutti i giorni sono così: senza passato, nemmeno quello prossimo, c’è solo presente ed un po’ di futuro segnato sulla cartina.
Rimaniamo a discutere del mondo francofono africano, del nuovo re marocchino e soprattutto dei cinesi in Africa. Trovo mille conferme a quello che già sapevo ma Michel smentisce i sondaggi che ho letto su Jeunes Afrique di qualche settimana fa. I congolesi non amano i cinesi ed anzi li reputano dei nuovi schiavisti. Ma questo e’ un altro discorso.
Il vino fa il suo effetto, non ricordo la giornata ma la sento. Svengo.
Mi rimane l’impressione che alla fine conti solo lo spirito: non ci sono mappe, non ci sono gps, non servono grandi cose. Arrivare aperti e generosi con il prossimo in viaggio apre porte sconosciute, non consequenziali, inaspettate.
Non amo fare il mistico ma parlare di casualità in un viaggio simile e’ come andare al cinema con gli occhiali da sole al posto dei 3D. Il film lo hai visto, puoi dire anche la tua ma, fratello, non hai proprio capito…..





Son qui

13 05 2010





Compagni di viaggio

12 05 2010

Siamo fermi in mezzo alla foresta del Parco Nazionale di Lope, in Gabon. Abbiamo spaccato uno dei perni delle balestre ed ora aspettiamo un meccanico di una locale impresa che ci aiuti a sostituire i pezzi rotti. Abbiamo 48 ore per percorrere tutta la pista che va a Franceville per entrare in Congo. Oggi e’ il 10, I visti scadono il 12 e ci sono più di 700 km di sterrato fino al confine.
Siamo visibilmente in ritardo con la tabella di marcia, ma qualcuno di noi ancora fa fatica ad ammetterlo. Il problema principale di una spedizione come questa e’ la gestione dei partecipanti, dei loro umori, del loro stato mentale.


La fatica fisica e’ relativa, come la fame e la sete. Tutto il successo di un viaggio sta dentro di noi: ogniuno ha la propria soglia di sopportazione e di resistenza mentale alle difficoltà. il viaggio diventa lungo e pesante, i luoghi si fanno man mano più inospitali, remoti, lontani dai riferimenti mentali che ci danno inconscia sicurezza. Man mano, chi non e’ abituato cede, chi di solito si muove in indipendenza perde lo stato di volo e si chiude sopraffatto dai problemi.
Il viaggio porta in se un senso di verità: scopre le persone, le pone nude di fronte a se stesse, ai propri limiti e alle proprie piccolezza. Non c’è nulla da fare, inesorabilmente, la linea di confine dello spessore di ogniuno si avvicina, mentre quella di arrivo si allontana.
Inseguire trafelati il traguardo vuol dire shiantarsi. Prima di riparare i mezzi di trasporto bisogna guardare un po’ nel bagaglio profondo del proprio essere: fermarsi, studiare la cartina da lontano e ricordarsi che in fondo la destinazione finale sta oltre il proprio arrivo.





… a riveder le stelle

9 05 2010

E finalmente torna l’oceano. Lasciato a Dakar, si stende fresco davanti a me. Spiaggiamo dalla foresta del nord del Gabon senza più forze, sporchi e puzzolenti.
E’ sabato. Libreville e’ al mare a giocare, ballare, far festa. Come giunti da un lungo esilio, non più abituati alla civiltà, abili solo a far chilometri e parlare di piste remote, solchiamo una festa di spiaggia. Le donne ballano e sorridono al passaggio dei “profughi”. Il nostro viaggio e’ di uomini in mezzo ad altri uomini, poliziotti e benzinai, militari e doganieri, meccanici e gommisti. Ma nel mondo meno male ci sono anche le “femmine” oltre agli uomini in divisa. Noi nelle orecchie abbiamo solo motore, nel naso solo benzina, negli occhi solo piste.
Capisco ora quanto siamo andati dentro, in fondo, lontano.
Prendo un’altra birra mentre un’indemoniata ballerina sorride suonando tutte le note del pentagramma in mille movimenti sinuosi.
Sorrido. Distrutto dai kilometri e dalla tragedia di viaggio vissuta in questi giorni, posso solo sorridere incantato…. il tramonto dorato, il vento fresco tra le palme della spiaggia, sembra un delitto lasciare questo posto. Ma domani inizia la traversata fino in Gongo. Foreste fitte e piste sabbiose, villaggi di fango e stellate notturne. Avanti i carri.

Ps: una versione “Post da bar” verra presto pubblicata: i contenuti del finale potrebbero differire dall’originale senza per questo togliere veridicità all’episodio in oggetto.





Fai buon viaggio…

8 05 2010

Il viaggio e’ vita ma e’ anche morte. La incontro in Gabon dopo tanti kilometri di foresta, una strada magnifica, di lussureggianti sfumature di verde, imponenti chiome d’alberi, enormi fiumi marroni gonfi dell’acqua delle piogge.
Grandi camion carichi di immensi tronchi d’alberi discendono fino a N’djole dove il legno viene trasbordato sulle navi che lo porteranno a destinazione. Sono tanti e vanno come pazzi.
Appena arrivati in città ci raccontano dell’incidente. Corriamo in ospedale, poi la gendarmeria: un motociclista tedesco e’ scivolato con la moto sotto le ruote di un TIR, l’impatto e’ stato fatale. I due amici sono distrutti. Sono partiti da Londra a dicembre, destinazione Sudafrica, come noi…..Ci fermiamo nel loro hotel, oggi non sanno nemmeno piu chi sono ma domani potremmo essergli utili.
Stiamo zitti. Non c’è nulla da dire.
La morte interrompe di colpo qualsiasi ragionamento, discorso, problema di ogniuno di noi. Finiti i problemi di soldi, itinerario, tempo. Annulliamo qualsiasi progetto imminente, qualsiasi sklero. Tutto diventa piccolo ed insignicante. Ignobile di fronte all’immagine di tre moto qui sotto che occupano una sola doppia in hotel.
Lo sappiamo anche se nessuno lo dice. Bisogna metterlo in conto senza ipocrisie. Viaggiare qui e’ pericoloso. Mantenere l’allerta costante e’ impossibile, sappiamo di correre dei rischi e sappiamo che il totale della fattura potrebbe avere un espressione non solo economica.
Lo sapevamo già, ma oggi il viaggio stesso ce lo ricorda duramente.
Portiamo i bagagli della moto a Libreville, cerchiamo i contatti delle ambasciate, restiamo una notte ancora vicino ai due amici come se sapessimo con precisione che in Gabon siamo venuti a dare una mano a chi sta vivendo una tragedia di viaggio.
La mente vola a chi e’ partito all’improvviso senza salutare, mentre tengo dentro le curve, schivo le buche, suona la radio di ritmo in levare. Passo il grande fiume, le lacrime si fermano nell’immensita della portata, nella potenza della natura africana.
Penso a quante ragioni ho questa volta di tornare a casa tutto intero, freno e un bambino solo alza una mano e sorride.
Ogniuno ha il suo viaggio, io seguo il mio.





Visto giornaliero oltrefrontiera

4 05 2010

Certo non siamo idealisti, i soldi servono eccome. Ma averli non sempre vuol dire possederli.
Sono a Yaounde’ in Cameroun, il circuito maestro del mio bancomat non funziona, della VISA non ho il codice (errore madornale). Non mangio dall’alba. Ho qualche euro che spendo in connessione, glia amici mi aiutano dall’Italia a trovare soluzione. Mi autoinvio del contante con Western Union e confermo la transazione via Skype quando mancano pochi secondi al termine del credito. Corro di sotto ma l’ufficio ha appena chiuso, invoco pietà, mi aprono.
Compilo il modulo davanti ad una matrona africana: “passaporto?” mi chiede. Bestemmio in turco per aver lasciato il documento all’ambasciata congolese per fare il visto. La carta d’identita vale come la tessera della metro, niente. Ho ancora la patente internazionale ma manca la data di scadenza, chissà perché non e’ indicata chiaramente. Niente da fare.
Non ho la forza di incazzarmi. Chiedo una mezz’ora per cercare una scansione del passaporto nella mia mail. Non c’è.
Torno senza più la forza di insistere con questa poveretta che ha i suoi spazi bianchi obbligatori da riempire nei suoi cazzo di moduli. La domanda la fa lei: “e adesso cosa facciamo?”
Immagina che passero’ la notte sulla porta del suo ufficio, la sua espressione comunica pena per questo bianco barbuto, digiuno e ciondolante.
La tolgo dall’imbarazzo: “facciamo che torno domani,ok?” dormi serena, ho ancora una scatola di sardine.
E così mi ritrovo a immaginare la stessa scena al contrario. Siamo in Italia, sono nero e straniero, senza soldi per un disguido, per mia colpa, per errore. Vago per una città che non conosco, chiedo aiuto alla gente, sopporto gli sguardi di sufficenza, non ho la forza di incazzarmi, non e’ solo colpa loro se il mondo non ha pietà…
Ma io sono bianco ed il “contrappasso” non regge. So bene di non poter finire in quello stato di disperazione infinita di chi davvero e’ perso e combatte per la sopravvivenza nelle nostre città.
Non posso avere la pretesa di comprendere quale forza d’animo sia necessaria per andare avanti, quale profonda lacerante umiliazione si debba sopportare quotidianamente.
Ma passare dall’altra parte dischiude realtà mentali ignote, toccare con mano una piccola porzione di pena apre un mondo intero dietro una mano tesa, una storia strana che ha solo la verità della sua pena da donarti.
Neghiamo aiuto, passiamo oltre quella mano cercando in fondo una scusa per non ammettere che e’ solo per culo che siamo finiti dalla parte giusta della barricata.
Proseguimo convincendoci che non e’ colpa nostra, che noi non possiamo fare nulla, che sono altri i preposti a questo e che in fondo e’ meglio che ogniuno stia a casa sua. Gia’ tutti a casa contenti…
Che cosa farei se fossi solo qua? Dove passerei la notte? Dove troverei i soldi per mangiare domani, e poi dopodomani? Chi mi darebbe lavoro, chi si fiderebbe a prestarmi qualche soldo?
Rimango senza risposte mentre ritorno dalla parte fortunata della frontiera. Cerco di fissare in qualche modo la condizione a cui mi sono affacciato, l’immagine che sta dietro quella mano tesa ed il buco nero, profondo che occhi abituati alla luce non possono scrutare oltre.