Matadi, cuore di tenebra

29 05 2010

Siamo in ballo da due mesi e mezzo, ventimila kilometri, quattordici paesi. Si potrebbe pensare che la difficolta’ principale di un viaggio cosi’ lungo riguardi la fatica, lo stress di essere costantente in giro, il peso dei kilometri. Ma il problema vero non e’ tanto l’andare ma il fermarsi.
Arriviamo a Matadi con la speranza di poter fare i visti angolani in un giorno solo, magari due. Ma la procedura e’ lunga, costosa ed in mezzo c’è una festa nazionale. Non possiamo fare nulla se non aspettare.
Senza saperlo iniziamo a scendere, piano piano, inesorabilmente.
I giorni si ripetono tutti uguali, un loop continuo che semba non avere fine. Passiamo al consolato, mangiamo omelette al mercato, rispondiamo alle mail, vaghiamo per il centro. In città non c’è nulla, solo il fiume Congo, immenso, lento come tutto. Rallentiamo il viaggio, i pensieri, le parole. Lentamente si scende in basso, senza kilometri rimaniamo persi, non più capaci di fare altro. Prigionieri senza passaporto, iniziamo a cadere in uno stato di vuoto.
Il consolato ritarda, forse i visti saranno pronti per domani, poi domani, poi domani…. Cerhiamo di resistere: andiamo allo stadio, a vedere la partita scortati dalla polizia. Uno a uno, l’arbistro fischia la fine, usciamo. Del calcio congolese non ci frega nulla, la mente rimane prigioniera: consolato, omelette, Internet, Congo.
I visti non sono pronti. Forse domani…
La mente cede ed inizia ad immaginare percorsi di fuga, progettare rimpatri. Di colpo il peso di tutti i kilometri viene a galla insieme alle incomprensioni tra di noi. Sfioriamo la rissa.
Non si vede via d’uscita, siamo al limite. Inizio a scrivere una lonely planet per i prigionieri di matadi, cosa fare, cosa vedere, dove andare per non impazzire.
Sogno di essere tornato a casa, apro gli occhi e sono ancora qua, il ventilatore frulla sopra la zanzariera, ancora matadi, consolato, omelette, Internet, centro, birra. Quant’e che sono qui, sei mesi?
Non so che giorno e’, non so piu’ dove, forse devo restare qui per sempre, magari e’ destino, mi tocchera’ aprire una pizzeria a Matadi….
In equilibrio precario sopra la follia, aspettiamo le quattro del pomeriggio, il caldo umido ci soffoca qualsiasi speranza, forse i visti saranno pronti, forse….Non ci parliamo più, ogniuno vaga per la città, come se vivesse qui da sempre, la gente ci riconosce per la strada, gli zombi Italiani.
Ore 16.30, faccio fatica a riconoscere la luce in fondo al tunnel, osservo il mio visto come un francobollo raro tanto atteso da un fanatico collezionista. Usciamo dal consolato come se uscissimo di prigione, abbiamo scontato qualche pena, abbiamo resistito in qualche modo, forse dovevamo toccare il fondo, per fortuna non ci siamo uccisi a vicenda.
Sorrido ripensandoci.
Ora l’oceano si apre intorno a me. E’ stato il momento più allucinante del viaggio. Io avevo già deciso di continuare solo, forse di tornare ma e’ bastato passare la frontiera, lasciare la foresta, l’umidita, e quel fiume ipnotico per vedere oltre. Diretti, senza soste, siamo scappati verso ovest, le valli aperte che scendono dolci e serene fino al mare dell’Angola. E’ buio, il mare e’ una visione paradisiaca di libertà e di salvezza. Spiaiaggiamo come naufraghi, ce l’abbiamo fatta.
L’aria e’ fresca, carica di odore del mare, il cielo immenso, l’orizzonte aperto, torniamo a controllare la mente. Stiamo li, a goderci l’atmosfera, a pensare, aria fresca a sciaquarci la mente.
Solo ora capisco quanto siamo andati in fondo, in basso, vicini al confine.
Ora che sento il freddo della notte, ora che l’aria e’ libera capisco perché il viaggio mi sperso in mezzo al Congo, all’Africa, a me stesso.
Ricordero’ per sempre Matadi, ma senza più odiarla: la mia parte scura della luna, il posto meno noto di noi stessi.