A casa loro

24 04 2010

“I Dogon sono una popolazione africana del Mali. Questa popolazione, di circa 300.000 individui, occupa la regione della falesia di Bandiagara a sud del fiume Niger e alcuni gruppi sono stanziati nei territori attigui al Burkina Faso. I Dogon sono prevalentemente coltivatori di miglio e hanno una particolare abilità come fabbri e scultori…”  da Wikipedia

Arriviamo dai dogon in una stagione morta, nessun turista, nessun occidentale. Siamo solo noi e loro. Abbiamo anche una guida che non serve quasi a nulla, ma qui il turismo sembra l’unico entrata economica e così partecipiamo anche noi al terziario della zona.
Già il turismo…: uomini pallidi a far le foto a casa di scuri signori, a cercare l’esotismo da raccntare. Spesso e’ così. Ne parlo a lungo con la mia guida, mi racconta di progetti di sviluppo nati proprio dalla sensibilità dei visitatori: scuole, dispensari, etc.
Tutto bene quindi? Non proprio, i bambini hanno iniziato a chiedere piuttosto che aspettare di ricevere, gli anziani si incazzano con ambiziosi fotografi che non sanno dove stanno mettendo i piedi, ogni scatto si paga. La guida passa 5000 cfa ad ogni capovillaggio che fara’ di tutto perche’ un altro gruppo ritorni…
Piano piano inesorabilmente questo flusso annulla le differenze, la genuinità dei posti, della gente. Cosa fare quindi? Il discorso tutto positivo della guida non mi convince, e’ troppo di parte.
Ma l’illusione che i posti rimangano uguali per sempre e’ una stupida utopia. Ciò che a noi ricorda una purezza perduta, un antico rapporto con la natura, per altri e’ una vita di miseria che darebbero volentieri in cambio della tua.
Il rapporto non e’ facile. Difficile trovare una formula d’equilibrio onesta tra l’incontro di culture diverse e la conservazione della diversità.
Io cerco di stare basso, non fare casino, non fare troppe foto, non con tanti bambini, non alle donne. Evito i rapporti uno a mille, non do soldi, non metto nemmeno le mani in tasca, non bevo, non mangio. Chiedo prima di fare qualsiasi cosa, parcheggio lontano dalle case e spero che il mio aspetto non li induca a tentare di modificare il loro.
Dieci bambini mi seguono costantemente, attenti ad ogni mio movimento, espressione. Potrei godermi il panorama della falesia ed invece penso che forse, per loro, sarebbe meglio non fossi qua. Non so. Il posto e’ da mozzare il fiato, le antiche abitazioni dei Tellem, antica tribù antecdente ai dogon, stanno abbarbicate sulla parete a picco sulla pianura, sotto una vista infinita….ma le persone vengono prima dei posti.
Gli amici mi avevano raccomandato di fare tante foto, ma qui, dai Dogon, a casa loro, non ce la faccio. Scusate. Meglio dei miei scatti fara’ Panoramio, meglio delle mie informazioni fara’ Wikipedia.

Ps un saluto agli amici di viaggi solidali che mi seguono e che mettono questi temi al cento del loro lavoro e dei loro viaggi. http://www.viaggisolidali.it





Persi

22 04 2010

Siamo su una pista lontani dalla strada in mezzo al deserto. Il gps si pegne improvvisamente. L’aria e’ piena di sabbia, non si vede il sole, non si vede molto altro per la verità. Manca un’ora al tramonto, non sappiamo dove siamo.
La prossima città e’ troppo lontana e non sappiamo bene dove sia. Ho solo il gps dell’iPhone senza mappe, solo le coordinate. Traccio rette sulla cartina come un marinaio del settecento. Sale un po’ di panico, ci sono 45 gradi e non abbiamo aria condizionata. L’acqua che credevamo sufficente diventa scarsissima a queste temperature. Il buio inghiotte tutto, inutile proseguire.
Mangiamo qualche scatola, siamo distrutti dal caldo e dalla sabbia che respiriamo costantemente da 24 ore. L’acqua non basta mai a saziare la sete, beviamo ma sappiamo che non basterà. Ci fermiamo a due bottiglie che conserviamo fino al mattino. Ma fa troppo caldo. Sappiamo che avremo sete. Sono le otto di sera, a noi paiono le tre del mattino. Facciamo finta di andare a dormire. Dobbiamo aspettare l’alba verso le cinque. Chiudiamo a chiave la macchina, ma sappiamo che i ladri siamo noi, ladri d’acqua. Io conservo una piccola scorta, e’ bollente, succhio ogni goccia per le prime due ore, la divido con Nacio che inizia a sbroccare. Fa troppo caldo, la tenda e’ un forno ma ci sono troppi insetti, per dormire fuori. Non si respira e quel che entra nei naso e’ carico di sabbia. Darei un dito per una coca gelata.
Nacio non ce la fa più, chiede la scorta. Non si può. Bestemmie in spagnolo volano nella notte. Dobbiamo cercare di non ucciderci a vicenda. Mancano poche ore, bisogna star calmi.
Sappiamo che ce la faremo, sappiamo che entro 15 ore berremo birra gelata, eppure lo stesso qualcuno perde colpi sotto le richieste del fisico.
Riprendiamo la via, siamo distrutti. Un camion e’ fermo sulla strada, in mezzo al nulla. Faccio fatica a ricordarlo ma e’ lo stesso che abbiamo incontrato in andata. Gli avevamo dato qualcosa da mangiare e da bere. Ripartendo faccio il calcolo: sono tre giorni che sono fermi la, eppure sorridono e ci ringraziano anche se abbiamo potuto fare nulla. Chissà quanto tempo aspetteranno in quelle condizioni…
Sto zitto e penso.
Eccolo qua il “viaggio” che ti prende per il culo: pensi di aver passato un girone infernale mentre scopri che e’ stato un gioco da villaggio turistico.
Eccoti la birra, hai passato la prova.